Visto con i nostri occhi
Oltre il tunnel del disagio mentale
Mantova dispone di importanti strutture in grado di sostenere chi si trova a vivere in situazioni difficili. Una mamma racconta della propria figlia:«Era tornata indietro come se avesse avuto tre anni»
25/02/2019
«Già nel pancione à séra mia giüsta...». Inizia così la poesia scritta da L. (nome di una ragazza che per riservatezza lasciamo anonima) durante un laboratorio al Centro diurno di psichiatria di Mantova, che dipende dall’Azienda socio–sanitaria territoriale. La mamma insiste per riceverci nel suo appartamento: un traguardo raggiunto, così come quando le lampadine si sono spente per la prima volta dopo un periodo in cui le giornate duravano ventiquattr’ore. La ragazza rincasa al
termine di un pomeriggio di conquistata libertà, spignatta in cucina, poi si siede sul divano e intavola un’arguta conversazione. Il centro è frequentato anche da laureati, tutto sta nel non valicare quella sottilissima linea di confine, spiega la mamma, mentre le sue dita tracciano nell’aria un solco invisibile.
Origini mantovane, la signora viveva e insegnava in un’altra città. La sua unica figlia è una ragazza molto intelligente e buona, era brava a scuola, aveva tanti amici e amava le attività tipiche dei giovani. Aveva anche un corteggiatore. «Poi arriva un temporale. C’è chi nemmeno si bagna, c’è chi si busca il raffreddore e c’è qualcuno cui viene la polmonite». Il primo sintomo della “polmonite” di L. fu l’abbandono del liceo, poco prima di prendere la maturità. Andò all’estero ma fece ritorno dopo dieci giorni. Più tardi la scuola la supportò ottimamente e si diplomò. «Io ho fede, sono religiosa, lo scriva!», ripete la mamma, indicando i rosari appesi alla vetrinetta del salotto arredato con bei mobili antichi. «In questo percorso travagliato il Signore mi ha fatto fare incontri positivi, che hanno risistemato le cose. Ho dovuto prendere decisioni forti e ho sbagliato pochissimo: il Signore mi ha indicato la strada e mi ha permesso di affrontare la situazione con un senso di speranza».
Un brutto giorno il papà di L. ebbe un malore e, nella grande città, non si trovò un’ambulanza libera. Se ne andò davanti agli occhi della figlia che lo amava tantissimo. Nel giro di dieci giorni un altro grave lutto si abbatté sulla famiglia. La mamma si trovò sola con un’adolescente che pareva regredire, come avesse due otre anni d’età, che si era chiusa in casa e distaccata da tutto. I medici dissero che a L. serviva un’équipe di specialisti. «Non ci potevo credere, non potevo abbandonarla». Mollò lavoro e amici e si trasferì. «Ho lasciato il mio mondo ma non penso sia stato un sacrificio: era ciò che bisognava fare e l’ho fatto, con l’aiuto del Signore».
Allora come oggi la psichiatria è all’avanguardia a Mantova. Una città sconosciuta e senza punti di riferimento per L. ma con il faro costituito dal centro di viale della Repubblica. La struttura è superlativa: i medici, gli infermieri, le educatrici, perfino chi riceve le telefonate lo fa in modo straordinario. Nessuno ammette di essere malato e si deve ricostruire tutto. A un certo punto in L. è arrivata l’accettazione delle cure, anch’esse da tarare in quanto non si basano sull’oggettività di esami clinici. Mentre le famiglie devono superare “il dolore della perdita”, perché ci si trova davanti a un altro individuo, diverso da quello che era prima. La mamma di L. ringrazia il Centro psico–sociale per le attività che organizza, l’Aspef con i servizi alla persona del Comune, l’associazione “Oltre la siepe” e anche il fruttivendolo o il farmacista che hanno accolto la ragazza con la dolcezza necessaria, formando una rete ospitale che le garantirà il futuro quando resterà sola.
Un pensiero che crea ansia e dolore. Ci sono situazioni difficili. Ci sono persone abbandonate od orfane o il cui unico sostentamento è la minuscola pensione di invalidità; individui afflitti da malattie degenerative, malati con genitori che a loro volta stanno male. Pochi sono riusciti a inserirsi nel mondo del lavoro perché le ditte preferiscono pagare la multa invece di assumere. Ora le due vivono da “separate in casa”, ognuna con la sua autonomia. L. frequenta la palestra, adora l’acquagym, le piace scrivere, dipingere quadri sfolgoranti di colori. Certo la malattia è sempre lì: cinque pillole al giorno. «L’importante è vivere in pace e serenità. Ho ritrovato lamia bimba e anch’io ho ripreso il carattere allegro. Il Signore mi ha fatto vedere una luce e ho quasi smesso di preoccuparmi, perché so che la luce arriverà».
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