Visto con i nostri occhi
Oltre le sofferenze rinasce la vita
Donne sole, famiglie fragili, richiedenti asilo: cura e attenzione permettono di ritrovare la serenità. Testimonianze significative emerse durante la veglia promossa da Caritas per la 2ª Giornata dei poveri
26/11/2018
«Questo povero grida e il Signore lo ascolta (Salmo 34,7). Le parole del salmista diventano anche le nostre nel momento in cui siamo chiamati a incontrare le diverse condizioni di sofferenza ed emarginazione in cui vivono tanti fratelli e sorelle che siamo abituati a designare col termine generico di “poveri”». L’affermazione di papa Francesco, contenuta nel messaggio per la seconda Giornata mondiale dei poveri, celebrata domenica 18 novembre e rivolta a tutti i cristiani, diventa particolarmente attuale per gli operatori e i volontari che operano nell’ambito della carità. Per loro la Caritas diocesana ha organizzato una veglia di preghiera, il 15 novembre, nella chiesa parrocchiale di San Giorgio di Mantova.
Alla serata hanno partecipato un centinaio di persone, provenienti da tutta la diocesi - operatori e volontari, laici e consacrati – che hanno voluto offrire nella preghiera le loro variegate esperienze di incontro con i poveri. La veglia è stata scandita da quattro momenti, che hanno richiamato quattro atteggiamenti fondamentali dell’incontro con le altre persone nel contesto di un servizio di carità.
Prima di tutto l’ascolto, in questo caso della Parola di Dio e delle parole del Santo Padre. Poi un segno concreto: la consegna di un segnalibro, su cui ciascuno ha scritto la parola che più dà senso al proprio operato. Quindi il discernimento, a partire dal brano evangelico di Luca che guida questo anno pastorale. Il momento conclusivo ha lasciato spazio alla voce dei poveri, con tre testimonianze di persone che hanno toccato con mano dapprima la difficoltà e poi la misericordia e l’amore di Dio.
Una donna ospitata a “Casa della rosa” – comunità di accoglienza per donne – ha raccontato del suo viaggio dal Ghana all’Italia, della sua costante ricerca di senso nel passaggio da un padre–padrone a un marito che ha tradito le promesse dell’innamoramento fino a condurla a una vita di solitudine e isolamento, che nemmeno l’amore per i figli riusciva quasi più a scalfire. Fino al momento in cui un ultimo slancio di vita l’ha indotta a scappare, portandola infine a “Casa della rosa”. Dove, non senza fatica, è riuscita a imparare di nuovo a costruire relazioni significative, sia con le operatrici sia con le altre donne accolte, fino a tornare a essere protagonista della propria vita. Fino a capire che l’importante non è non avere paura, ma non aver paura delle proprie paure.
Felice ha poi raccontato l’esperienza della propria famiglia, che si è rivolta all’Associazione A-
bramo in un momento di grave difficoltà abitativa. Ha spiegato di essere stato alla ricerca di una casa, ma di aver trovato qualcosa in più, che non si sarebbe aspettato – e che in un primo momento ha accolto con diffidenza –: qualcuno che credeva in lui, e che per la sua famiglia aveva un progetto di più ampio respiro. Non senza reticenze, Felice ha pian piano accettato di farsi coinvolgere in questo progetto, di fidarsi di nuovo delle persone, in particolare degli operatori che hanno accompagnato lui e i suoi figli nella ricerca di una nuova autonomia, che ora si sta concretizzando grazie al lavoro. Per questo Felice ha voluto esprimere un messaggio di grande forza, ripetendo più volte quanto di più prezioso ha scoperto: che l’unico cambiamento praticabile è il cambiamento di se stessi, e che fidandosi degli altri chiunque può cambiare, prima di tutto il proprio carattere, e quindi la direzione della propria vita.
Infine Youssouf, diciannovenne originario del Mali, ha ripercorso i suoi ultimi anni, partendo dall’arrivo in Italia nel 2015 come richiedente asilo. Da ragazzino spaventato e analfabeta, attraverso l’incontro con persone che hanno intuito e valorizzato le sue potenzialità, Youssouf ha capito cosa voleva fare della sua vita: ha sfruttato tutte le occasioni di studio e formazione a cui poteva avere accesso, senza risparmiarsi, incrementando via via le sue capacità e competenze, fino a ottenere in tempi strettissimi (un anno anziché tre) la qualifica di mediatore culturale. Nel frattempo si è dedicato al volontariato, in particolare a sostegno degli anziani soli. E da poco è diventato operatore presso la stessa associazione che l’ha accolto e sostenuto dal suo arrivo in Italia a oggi.
In queste storie è riassunto il senso più profondo delle parole del Papa: dietro la sofferenza si nascondono opportunità e talenti che danno valore alla vita, perciò occorre ascoltare quel grido e aiutare a rimettersi in piedi chi vive momenti di difficoltà.
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