Mantova cultura 2017
Pagliacci, tra affastellarsi di input visivi e colori musicali
Recensione dell'opera di Leoncavallo al Filarmonico di Verona
02/02/2017
(Recensione) Il Teatro Filarmonico di Verona si conferma sempre più come punto di riferimento per i melomani mantovani. La Stagione in corso ha riproposto un allestimento di successo di Pagliacci, firmato da Franco Zeffirelli e accuratamente ripreso da Stefano Trespidi. La vicenda, realmente accaduta, è trattata come un vero e proprio articolo di cronaca, musicalmente attento alla drammaticità dei sentimenti, quanto registicamente indulgente ai colori dell’ambiente, in un affastellarsi di input visivi.

Lo stile zeffirelliano è un classico e il senso del teatro del Maestro rimane un punto di riferimento, anche se alcuni particolari risentono del passare del tempo, come l’invasione della sala al termine dello spettacolo, con i clown a fare scherzi e intrattenere il pubblico, il quale ha comunque dimostrato stupore inossidabile. Sul fondo della scena, posposta negli anni ’50 - ’60, era un caseggiato popolare a balconi dove affacciavano le porte di misere abitazioni. All'interno di ciascuna di esse si scorgevano brandelli di quotidianità, per dirla con le parole cantate dal Prologo, dove l'autore ha cercato pingervi uno squarcio di vita: un imbianchino in canottiera intento a rinverdire una persiana; una massaia affaccendata con i panni; un televisore acceso; un'autofficina ingombra di pneumatici. Nella piazza, donne incinte in ciabatte accanto a prostitute in tacchi a spillo; travestiti e carabinieri; vestagliette a fiori, abiti nuziali e gonne di paillettes (costumi di Raimonda Gaetani); inoltre un somarello dall’aria mogia e una motocicletta.

Il sopraggiunto carrozzone di guitti ha portato saltimbanchi e uomini sui trampoli, i cui vestiti dalle tinte sgargianti non sono stati sufficienti a elevarli dalla medesima condizione scalcinata in cui versavano i loro scenici spettatori, attirati dal miraggio di dimenticare per qualche ora lo squallore esistenziale, salvo poi venirne tragicamente fagocitati. Lanci di palloni ed esplosioni di lustrini hanno rischiarato con illusori lampi l'umanità dolente. Sovrabbondanza che da un lato ha schiacciato il dramma vissuto dai protagonisti, ma proprio per questo lo ha reso ancora più disperato, nel suo essere minimizzato dallo scorrere distratto della vita che ha continuato a seguire il proprio insensibile corso.

Sul podio è salito Valerio Galli, concertatore di spiccata personalità, che ha impresso tempi leggeri e dinamiche vigorose, al servizio dell’espressività autorale di Leoncavallo, ed estremamente efficaci nel sottolineare i caratteri dei personaggi, dai temperamenti impulsivi che celavano una tristezza cupa e ingabbiante, di splendida inquietudine. Notevolissimo l’Intermezzo. Peccato per l’inutile intervallo che ha spezzato il crescere del pathos.

Walter Fraccaro, Canio-Pagliaccio dal cuore duro e sprezzante, ha forzato l’emissione alla ricerca dell’effetto, ma non ne avrebbe bisogno: i mezzi rimangono importanti, solidi e belli, quindi il tenore potrebbe ampiamente permettersi di abbandonarsi alla sola espressività, emersa nel fraseggio accurato. Donata D’Annunzio Lombardi possiede gradevole musicalità e padronanza soprattutto dei registri medio alti, in una linea di canto dolce e aggraziata, e ha appropriatamente velato il cuore di Nedda di perenne infelicità. Devid Cecconi, con corposità di emissione, ha donato spessore agli scatti impulsivi e ombrosi di Tonio-Taddeo. Federico Longhi era Silvio, fraseggio tornito e notevole controllo: una prova stilisticamente improntata al gusto e alla misura. A completare onorevolmente e con sentimento il cast Francesco Pittari, Peppe-Arlecchino. Espressivo e corretto il Coro diretto da Vito Lombardi e le Voci Bianche A.LI.VE. istruite da Paolo Facincani.

A inizio di serata, è stato letto il comunicato sindacale che pone l’accento sul perdurare dello stato di sofferenza degli Enti lirici, nel caso veronese sfociato nella chiusura, grave, del Corpo di Ballo stabile.

Maria Luisa Abate

Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona

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