Visto con i nostri occhi
Paolucci e il «sogno» di Sabbioneta
Nel decennale del sito Unesco, lo storico dell’arte ed ex direttore dei Musei Vaticani ha tenuto una «lectio magistralis» sulla città costruita da Vespasiano Gonzaga nel ’500
17/09/2018
Un ospite d'eccezione ha aperto le celebrazioni per il decennale Unesco svolte a Sabbioneta, dopo quelle di Mantova: luoghi che condividono la titolarità del riconoscimento come patrimonio dell'umanità. Lo storico dell'arte Antonio Paolucci ha tenuto una lectio magistralis sull'urbe di Vespasiano, frequentata nel periodo in cui ha rivestito l'incarico di soprintendente nel nostro capoluogo. Fu ministro per i beni culturali e nel 2007 papa Benedetto XVI lo volle direttore dei musei Vaticani, come ha ricordato il suo ex allievo Gabriele Barucca, attuale soprintendente.
Essere qui - ha esordito Paolucci con squisita ars oratoria - significa andare indietro nel tempo, alla metà degli anni '80, quando Sabbioneta era oggetto frequente dei miei sopralluoghi. Ricordo certe mattinate d'autunno o d'inverno, quando arrivavo da Mantova sulla mia Citroën due cavalli. Brandelli di nebbia stagnavano sulla pianura e scorgevo le possenti mura e le sontuose porte. Un paesaggio che a me appariva nordico, come quelli dipinti da Bruegel o Patinir. Poi, studiando nel tempo Sabbioneta, ho individuato le chiavi di lettura fondamentali. La prima è la grande iscrizione fuori dal teatro all'Antica: Roma quanta fuit ipsa ruina docet. Una frase che stringe in emblema il carattere e il destino di Vespasiano, un Colonna per parte di madre. Arrivato a Sabbioneta volle essere come Enea quando da Troia sbarcò sulle coste del Lazio. Volle essere princeps e conditor ossia sovrano e fondatore. Il suo progetto di vita era questa città, eretta a figura e memoria di Roma. In questo luogo (Paolucci indica senza esitazione i punti sulle pareti) ci sono affreschi di Castel sant'Angelo, del Campidoglio e tutt'attorno la gloria, affidata agli dei dell'Olimpo della corona apicale che circonda il teatro. Tutto questo, nella città che doveva essere l'immagine stessa del princeps e conditor.
Il suo ritratto, affidato a una scultura bronzea al centro del progetto funerario di della Porta nella chiesa della beata Vergine incoronata, sotto la cupola disegnata dal Bibiena, esprime giustizia e forza, le due qualità nelle quali il principe voleva rispecchiarsi. Mi colpiva - prosegue Paolucci - l'aspetto emaciato di colui che fu viceré, generale, costruttore di fortificazioni in Spagna e nelle Fiandre, grande diplomatico da Roma a Praga, orgoglioso di essere stato militare, con avi signori della guerra e capitani di ventura. Un uomo che viaggiava e che risiedeva relativamente poco in questo piccolissimo stato che all'epoca si collocava tra il ducato dei Farnese e Piacenza, tra i Gonzaga di Mantova, le provincie lombarde e san Marco, la repubblica dei veneziani. Un peso politico nullo ma un valore simbolico altissimo, per Vespasiano e per la città cui dedicò il meglio delle sue risorse. Basti pensare alla cinta muraria monumentale, inutile perché nessuno avrebbe pensato di assaltare questo staterello. Una galleria degli antichi, come quella degli Uffizi a Firenze, o la celeste galeria di Mantova, o la wunderkammer degli Asburgo, gremita di oggetti d'arte, scienze e storia: testimonianze del genio dell'uomo riunite in un unico luogo. Ma era anche un uomo capace di riflettere, pensare al destino suo e di tutti, al senso della vita. Palazzo Giardino, dove gli affreschi raccontano di Venere e di Enea, ancora il mito fondatore di Roma, e dove Vespasiano andava a meditare su quanto fosse breve la vita ma lunga la durata della fama, quando l'uomo si impegna per obiettivi grandi e degni. Questo, voleva Vespasiano: il riconoscimento dell'importanza del suo sogno. Ecco perché questa stella nella pianura è così importante. Ecco il perché del riconoscimento Unesco, a fronte della fugace vita di un uomo.
I festeggiamenti sono sfociati nella riapertura del ripristinato giardino dell'omonimo palazzo e si concluderanno il 28 settembre con il conferimento della cittadinanza benemerita all'ex parroco don Ennio Asinari, della diocesi di Cremona, di cui a distanza di trent'anni Paolucci ancora ricorda «i piccoli tesoretti lasciati nel corso della sua vita, di affetto e memoria». Tra l'altro, a don Ennio si deve la riscoperta della sepoltura del duca, con al collo il prezioso Toson d'oro.
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