Visto con i nostri occhi
Pochi bambini, niente futuro
In Lombardia, Mantova è una delle province con meno nati: solo 7,3 su mille abitanti. Non solo difficoltà legate al lavoro, tra le ragionianche problemi personali e affettivi. È necessario trovare presto misure efficaci
04/03/2019
Preziosi come perle rare. È il destino dei bambini nell’Italia moderna, segnata da un progressivo invecchiamento della popolazione (i sociologi lo chiamano “inverno demografico”), a causa del calo drastico della natalità che non accenna a invertire la rotta.
Nel 2018, per il quarto anno di fila, a livello nazionale è stato registrato il minimo storico: appena 449mila bambini messi al mondo. Se si sposta lo sguardo sulla provincia di Mantova, la tendenza non cambia. Le nascite nel 2010 erano state 4mila (dati Istat), poi sono via via diminuite e l’anno scorso, secondo le stime, non hanno raggiunto quota 3mila. Per contro, i morti hanno avuto un andamento costante, attorno ai 4mila ogni dodici mesi. Altro dato interessante è il tasso di natalità: nel 2017 in provincia di Mantova c’erano 7,3 neonati ogni mille abitanti. In Lombardia (media 7,9) eravamo terz’ultimi, davanti solo a Cremona e Pavia.
Davanti a un “inverno demografico” così rigido, la primavera appare lontana. Lo conferma lo “Studio nazionale fertilità” del ministero della Salute che ha coinvolto un campione di 50mila persone tra adolescenti, studenti universitari e adulti. La ricerca mette in luce varie tendenze diffuse nella popolazione e disegna un quadro poco confortante. Il 55% degli italiani afferma di non voler figli e, tra le possibili ragioni di questa scelta radicale, la più gettonata (41% dei casi) riguarda l’ambito economico. In effetti, l’aumento della disoccupazione e la crescita della precarietà nel lavoro hanno impoverito le prospettive dei giovani. Se un tempo era semplice trovare un impiego stabile dopo il diploma, ora i ragazzi studiano fino all’Università ma, una volta laureati, faticano a trovare un lavoro fisso pagato adeguatamente.
Mancano, dunque, garanzie solide per costruire una famiglia, come sottolinea Grabio Zacché, presidente del consultorio Ucipem di Mantova: «La bassa natalità è il risultato di un’evoluzione sociale – sostiene –: rispetto al passato, si è allungata l’età in cui i giovani costruiscono relazioni affettive stabili, così si sposta più in là anche l’eventuale nascita di un figlio. Però, più passano gli anni più è difficile averne, per entrambi». Inoltre, la bassa natalità comporta anche rischi sull’educazione: «La maggior parte delle coppie italiane ha un solo figlio – fa notare Zacché – e finisce per concentrare su di lui aspettative enormi: deve essere il più bravo a scuola, nello sport, in tutto ciò che fa. Insomma, dev’essere perfetto».
Non solo difficoltà nel lavoro: la radice della questione va cercata anche negli affetti. Tra i motivi che fanno rinunciare ai figli, infatti, si trovano anche problemi interni alla coppia (nel 26% dei casi) o legati alla sfera personale (19%). «Bisogna considerare un aspetto culturale – aggiunge il presidente del consultorio Ucipem –: molte coppie si rivelano instabili, cioè non si sposano oppure divorziano. In tali condizioni, difficilmente pensano ad aver figli. In molti casi prevale la libertà individuale: ognuno ha propri spazi, tempi, aspirazioni. Si bada alla realizzazione individuale, non della coppia. Dare la vita a un figlio non ha il significato di un tempo, quando era il simbolo di un amore che diventava creativo».
Va detto che, rispetto al passato, è cambiato l’impegno economico per mantenere un figlio, perché la società attuale offre maggiori opportunità. Oggi i ragazzi devono poter studiare fino all’Università, andare in Erasmus, fare sport, andare in vacanza tutti gli anni. «Venire meno a una di queste prospettive materiali crea dispiacere e frustrazione – sottolinea Zacchè –. Così, piuttosto che non essere in grado di rispondere alle esigenze materiali dei figli, si rinuncia ad averne. Una famiglia però deve trasmettere prima di tutto valori, non beni o servizi. In passato i figli erano considerati forza lavoro che dava ricchezza, oggi sono quasi visti come una spesa».
Dallo studio emerge uno scenario desolante: gli italiani sembrano poco inclini a diventare genitori. Certo, famiglie con 4-5 figli come accadeva nel primo Novecento sono anacronistiche, però se il crollo delle nascite non verrà fermato, si rischia di mettere in crisi il futuro del Paese e della società. A partire da una provincia come Mantova. «Non è semplice invertire la tendenza – ammette Zacché – perché è un problema culturale. Finchè tra due persone prevale l’aspetto personale invece del benessere di coppia, la natalità sarà sempre in declino. Persino gli stranieri fanno meno figli rispetto ai loro Paesi d’origine, perché si adeguano al nostro contesto socio-economico».
Se cambiare la mentalità appare difficile, potrebbe essere utile lavorare sulle politiche di sostegno alla famiglia. «Il primo passo è permettere alle donne di conciliare il lavoro e la famiglia, mentre oggi sono spesso costrette a scegliere. Servono contributi, congedi per i genitori, strutture pubbliche, asili aziendali: tutte cose che in altri Paesi sono già una realtà, mentre in Italia faticano ad affermarsi».
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