Visto con i nostri occhi
Pomeriggio di festa con il Vescovo Busti
Sono confluiti nella basilica di Sant’Andrea attraversando la città per il tradizionale incontro promosso dalla Pastorale Giovanile
23/03/2016
Giada Scandola

Dovevano essere in 2000. A metà pomeriggio si sparge la voce che sono 2400. A vederli ammassati in Sant’Andrea si intuisce rapidamente che non si azzarda nel dire che sfiorino i 2700. Sono tutti ragazzini dagli 11 ai 13 anni che quest’anno riceveranno il Sacramento della Cresima. Provengono dalla quasi totalità delle 168 parrocchie della Diocesi e sabato hanno preso parte all’ormai tradizionale incontro nella concattedrale, promosso dalla Pastorale Giovanile, con il Vescovo Busti.
I primi ad arrivare sono quelli di Poggio Rusco con in testa don Alessandro. A ruota i giovani di tutte le altre parrocchie che si ritrovano tra San Barnaba, San Pio X, Duomo, Seminario e Redentore. Alcuni ragazzi dalla felpa verde fanno da spola fino ai punti di ritrovo, altri sono ad accoglierli all’entrata. Si danno le indicazioni per il gioco e si consegnano le buste con la cartolina da compilare. Don Valerio Antonioli, anche quest’anno ha dato il meglio si sé. La musica rimbomba già da un po’ e funziona da catalizzatore: i ragazzi delle diverse parrocchie ora si mescolano tra loro. Si stringe amicizia in fretta come solo a quell’età si sa fare. Si balla, si canta, ci si diverte. Ci si deve far sentire. Come dovrebbe fare sempre la voce del cristiano.
I tempi sono inflessibili. Tutti devono raggiungere Sant’Andrea e confluire per percorsi stabiliti.
Gradualmente terminano le catechesi che per quest’anno sono due. Una per i più piccoli e l’altra per loro, i più grandi: genitori, accompagnatori, catechisti, educatori. L’obiettivo è alto. Si deve spiegare il significato del Giubileo, del Sacramento della Confermazione e il senso del gioco.
On line, sul canale YouTube, da un mesetto circa, gira il promo dell’incontro dei cresimandi. Si balla, si canta, si grida “urrà”, si dice la gioia di essere qua. È il ritornello che accompagna la giornata insieme a quella specie di megafono di plastica rossa che amplifica voce e rumore. In ebraico si chiama Jobel (e da quì giubileo) che significa corno d’ariete e anticamente veniva suonato per segnare le occasioni di festa e di grazia.
Come quella che sabato ha messo in cammino un esercito straordinario di piccoli soldati della fede che urlavano al megafono il loro triplo urrà. Urrà perché Gesù mi ama e mi perdona, mi cerca e mi trova e si fida di me. Questa la soluzione del gioco. L’essenza di un incontro che ogni anno si rinnova e che ha spinto i ragazzi inconsciamente a compiere uno dei gesti simbolo del giubileo: il pellegrinaggio. Ma anche a fare silenzio dentro sé per comprendere cosa significa essere confermati nella presenza dello Spirito Santo e ricevere la benedizione e il mandato dal Vescovo Busti.
Poi si torna a fare festa. Un corpo di ballo e un’animazione al microfono, braccia al cielo e felpa a terra. Perché in fondo, anche se un po’ strano, è un modo anche questo di fare Chiesa. E che Chiesa!
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