Visto con i nostri occhi
Povertà: crescono gli italiani, +150% dal 2010
5.501 le persone assistite, di cui 1.428 connazionali. Gli stranieri restano la maggioranza, ma registrano un calo del 7%
19/10/2016

La Caritas diocesana ha presentato le attività svolte nel 2015 dalla rete dei centri di ascolto che operano sul territorio: Mantova, Castiglione delle Stiviere, Suzzara, Quistello, Poggio Rusco, Asola e Castel Goffredo.
I 620 volontari che lo scorso anno hanno prestato la loro azione hanno donato circa 80mila ore di servizio gratuito, pari a un periodo di tempo della durata di nove anni. Questa ingente mole di persone ha reso possibile incontrare, ospitare e servire molti cittadini che nelle nostre comunità vivono condizioni di disagio molto diffuse e radicate nel territorio.
Durante l’anno, si sono rivolte ai servizi di carità 5.501 tra persone e famiglie, con un calo del 6,3% rispetto a dodici mesi prima. Il calo più marcato si ha per gli stranieri (-7%), mentre gli italiani fanno registrare un incremento del 150% nel periodo 2010-2015 (dai circa 900 casi a 1.400). Gli italiani sono anche la prima nazionalità tra i nuovi accessi ai centri Caritas, segno di un deteriorarsi vistoso delle condizioni sociali che toccano un numero crescente di concittadini.
Al contempo, il calo degli stranieri ha due spiegazioni: da un lato la perdita di attrattività al lavoro della nostra provincia, dall’altro la politica di accoglienza dei flussi migratori dalle frontiere marittime e la loro ospitalità come richiedenti asilo, che li rende meno presenti ai centri di ascolto Caritas. La preoccupazione è rivolta a coloro che, al termine dell’iter per il riconoscimento dello status di rifugiato, si trovano fuori dal circuito dell’ospitalità. Nei prossimi anni, quando questo fenomeno avrà una maggiore rilevanza numerica, potrebbe imporsi con grande evidenza.

L’incidenza sulla popolazione residente
Il profilo delle persone che si rivolgono ai centri di ascolto appare cambiato, con un aumento sensibile dei nuclei famigliari. Si può ipotizzare che siano attorno ai 15.500 i concittadini sostenuti dai sevizi ecclesiali, circa il 4% della popolazione residente in provincia.
Considerando il livello di istruzione e la situazione occupazionale, si osserva che una quota non irrilevante di famiglie beneficia di un reddito pari o poco superiore ai 1.000 euro, le quali non riescono a far fronte alle necessità per la riduzione delle entrate o per situazioni di temporanea difficoltà. In questi casi è possibile intervenire e accompagnare in modo mirato affinché tali nuclei possano attivare percorsi di fuoriuscita dal bisogno. Una quota rilevante di nuclei vive, invece, nella più totale indigenza (il 55% dispongono di meno di 300 euro mensili) e necessitano di politiche ed interventi molto articolati.

Le famiglie e la casa
Un numero piuttosto elevato di persone (oltre 700 casi) vive in condizioni abitative precarie, anche in coabitazione con altri. I nostri centri di ascolto, specialmente attraverso il servizio Proximis, incontrano nuclei che vivono situazioni di vulnerabilità tali da mettere a rischio la permanenza nell’alloggio.
Tutto questo capita proprio mentre lo stock di abitazioni sfitte o libere ha raggiunto livelli tra i più elevati e sufficiente a dare risposta al bisogno abitativo che si sta esprimendo. La mancanza di risorse e di strumenti che abilitino i territori ad affrontare questo problema è noto, ma molto più grave è la mancanza di una riflessione in tal senso che va promossa soprattutto dal basso dalle istituzioni e della realtà più sensibili.
La presenza di persone in condizione di grave emarginazione sociale continua ad avere una consistenza tutt’altro che irrilevante. Purtroppo, rispetto al passato, si assiste a uno sfilacciamento nella rete dei servizi che rende più difficile realizzare interventi un’effettiva transizione delle persone dalla “strada” alla “casa”.

Unire le risorse
A fronte di questo quadro, sentiamo di sottoporre alcune sollecitazioni. In primis la necessità di condividere le risorse, sulle quali si basano le politiche di intervento. Non basta stimolare una maggiore presenza della società civile nella costruzione del welfare con il semplice ritirarsi dell’interlocutore pubblico dalle proprie responsabilità. I comuni, d’altro canto, sono stati oggetto di pesanti tagli di fondi da destinare agli interventi sociali e si sono visti accrescere le competenze su molti aspetti. È dunque urgente costruire luoghi di vera e propria condivisione delle risorse e di coordinamento degli interventi.

Condividere esperienze e informazioni
La frammentazione delle politiche e delle risposte è anche figlia della mancanza di veri e propri luoghi che aiutino a descrivere e rappresentare la situazione sociale delle nostre comunità. La conoscenza è un servizio alla democrazia, perciò bisogna fare in modo che i diversi attori pubblici e privati condividano le informazioni per descrivere al meglio la nostra realtà sociale. Non un centro studi, ma un processo di reciproco interscambio dove le osservazioni, i dati e le esperienze possano essere messe insieme alla ricerca di quei fattori che possono aiutare a comprendere l’efficacia degli interventi e del sistema di prevenzione al rischio di caduta nel disagio.

Le emergenze oltre le emergenze
Le estreme povertà sollecitano sempre attenzione nel momento in cui emergono all’opinione pubblica. L’evidenza con cui si manifestano sollecita risposte che danno un sollievo immediato, ma che non sono in grado di dare una risposta nel lungo periodo. Nel mantovano esistono tante realtà che operano in questo campo che spaziano dall’aiuto immediato, all’accompagnamento sociosanitario, all’ospitalità in servizi di dormitorio, di accoglienza e di housing. Questi servizi dovrebbero poter fare più sinergia tra loro e, assieme alle istituzioni locali, porsi nella logica di un migliore e più strutturale coordinamento.
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