Visto con i nostri occhi
Prime a rischio, scuole in difficoltà
La bassa natalità riduce il numero di classi con effetti negativi per tanti istituti mantovani Il problema non riguarda solo gli insegnanti: viene a mancare un luogo di coesione sociale
17/07/2018
I dati dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, parlano chiaro: nel 2017 in Italia sono nati 464mila bambini, il 2% in meno rispetto all’anno precedente. Oggi la popolazione del nostro Paese è di 60 milioni 494mila abitanti, ma gli scenari per il futuro sono tutt’altro che rassicuranti: nel 2045 gli italiani saranno 59 milioni e, nel 2065, 54,1 milioni. Le ripercussioni sul presente e sull’avvenire sono facilmente immaginabili, di ogni genere, ad esempio per quanto riguarda il settore della scuola. La Fondazione “Giovanni Agnelli” di Torino prevede che, tra dieci anni, la scuola dell’infanzia perderà 6.343 classi e la primaria 17.956. Forte calo anche per la secondaria di primo grado e la secondaria di secondo grado.
I segnali della crisi incominciano a manifestarsi anche nel Mantovano. A Gabbiana, frazione di Marcaria (850 anime), è a rischio la formazione della prima classe delle elementari, mentre a Piubega (comune di 1.700 abitanti), nel prossimo anno scolastico, la prima non ci sarà affatto, perché non si è raggiunto il numero minimo di quindici alunni, previsto dalle normative vigenti.
La conferma delle difficoltà viene sottolineata da don Aldo Basso dell’Ufficio diocesano per la scuola e l’educazione. «Rispetto all’anno precedente, nell’anno scolastico 2018-2019 scompariranno sei sezioni della scuola dell’infanzia – afferma –. Verranno meno anche una ventina di ore di insegnamento della Religione cattolica nella scuola primaria e circa dieci ore nella scuola secondaria di secondo grado. Registriamo questo fenomeno negativo per la prima volta, dopo circa trent’anni».
Se la preoccupazione coinvolge gli insegnanti, al tempo stesso si coglie tra gli amministratori pubblici, perché “perdere” una prima elementare significa che, all’orizzonte, si può profilare il venir meno della scuola in quel territorio. E, se chiude la scuola, viene a mancare un rilevante elemento di cultura, identità e coesione sociale. «Il minimo previsto per la costituzione di una classe è di quindici bambini: per la prima elementare a Piubega, le iscrizioni online arrivavano a dieci – dice Roberta Perboni, consigliere comunale con la delega all’Istruzione –. Purtroppo, nel prossimo anno scolastico gli alunni della prima andranno a scuola a Ceresara e Redondesco».
Manifesta la sua preoccupazione anche il sindaco di Marcaria, Carlo Alberto Malatesta, il quale si trova a dover gestire un comune molto esteso, con otto frazioni, 6.700 abitanti, e parecchie scuole, sparse in diversi luoghi, che comportano una spesa annua di 690mila euro. «Ce la stiamo mettendo tutta per salvaguardare istruzione e cultura – afferma Malatesta – e siamo convinti che la qualità dell’offerta scolastica costituisca la carta vincente per il futuro». Roberta Perboni invece è convinta che, a livello nazionale, si debbano rafforzare gli incentivi a favore della famiglia, perché la famiglia è il motore della vita comunitaria e la crisi riguarda innanzitutto la natalità.
Il problema è proprio a carattere generale: per questo abbiamo sentito il parere di Luciano Moia, giornalista di “Avvenire”, esperto di tematiche familiari, che cura il mensile “Noi genitori e figli”. «Servono politiche strutturali per razionalizzare gli strumenti di sostegno già esistenti e che comunque si sono rivelati insufficienti – spiega –, occorrono investimenti per la prima infanzia e poi iniziative per l’edilizia popolare, scelte coraggiose per il lavoro ai giovani, un fisco davvero amico della famiglia». Per Moia non è l’elenco dei sogni, perché – aggiunge – «nel nostro Paese cresce una silenziosa rete capace di sostenere la famiglia. Ci sono per esempio gli oltre cento Comuni “amici della famiglia”, coraggiosi nel varare provvedimenti locali, di tipo tariffario, ma non solo, comunque incentivanti per la natalità e la stabilità familiare. Là dove queste esperienze si sono consolidate, anche le condizioni delle famiglie fanno registrare parametri decisamente in controtendenza».
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