Visto con i nostri occhi
Le maschere dell’ipocrisia sul futuro di Mantova
La vicenda di ProGest richiede un modo nuovo, più razionale e sereno, per affrontare i temi del lavoro e degli investimenti produttivi
05/10/2016
Paolo Lomellini

Uno sventolare di prime pagine cariche di titoli allarmanti e scenari descritti a tinte fosche. È quello che abbiamo visto nei giorni scorsi sulla possibile riapertura della cartiera ex-Burgo.
Non entro nel merito della Valutazione di Impatto Sanitario dell’ATS (ex-ASL) in quanto tale studio non è ancora completato e reso pubblico (e non mi piace commentare “gli spifferi”). Mi lascia alquanto perplesso che si giunga o si sia indotti verso giudizi sommari quando lo studio è ancora in corso e basandosi su un paio di indicatori sanitari (ne sono previsti più di quaranta) e con estrapolazioni causa-effetto. Un approccio, questo, privo di base scientifica e razionale: pregiudizi anziché giudizi. Difficile invocare anche il principio del diritto-dovere di infomazione. In gergo giornalistico siamo piuttosto allo “sbatti il mostro in prima pagina”, né più né meno.
Fare leva sull’emotività e “grattare la pancia” all’immaginario collettivo potrà servire a qualche altro scopo ma non certo a delineare in maniera ponderata e serena il futuro della città e dintorni.
Spesso, a supporto del catastrofismo ambientale, si evoca il “pesantissimo tributo pagato da Mantova in termini di danni all’ambiente e alla salute”. Stando ai dati ISTAT (www.asr-lombardia.it/ASP-Mantova/popolazione/natalita-e-mortalita/lombardia-e-province/tavole/100673/2013/) il quadro è un po’ diverso: l’aspettativa di vita a Mantova è perfettamente allineata alla media della Lombardia, a sua volta in linea con quella dell’Italia (per inciso una delle più elevate al mondo). Non voglio minimizzare o banalizzare le questioni ambientali ma auspico che si possa ragionare: con la ragione appunto ed evitando il terrorismo psicologico, i dati tirati per la giacchetta e quant’altro.
Altrimenti sarebbe meglio gettare la maschera e dirla apertamente: si sceglie per Mantova la via della deindustrializzazione. Si sarebbe più chiari e trasparenti con i cittadini (lettori o elettori a seconda delle circostanze).
C’è infatti parecchia ambiguità nell’atteggiamento del tipo “Noi vogliamo che la cartiera apra, però…”. Sì, perché a valle di quel “però” si aggiunge poi di tutto: richieste ragionevoli e irragionevoli, paletti pregiudiziali, labirinti burocratici e tutto quanto è in grado di inventarsi il genio italico della fantasia. Con un risultato pressoché scontato: girovagare a vuoto per tempi lunghi fino a che i progetti finiscono nel nulla.
Singolare poi la dissimmetria dei metri di giudizio. Ci si interroga sulle cartelle cliniche del passato e del presente per ipotizzare i danni di un ipotetico inceneritore futuro che ancora non c’è: un vero e proprio viaggio all’indietro nel tempo del rapporto causa-effetto (neanche nei telefilm di StarTrek…). Questo zelo che divora come un sacro fuoco si intiepidisce molto quando si parla di altri aspetti come il traffico e il riscaldamento domestico, cause esistenti e accertate come prima fonte di inquinamento. In effetti, con lo stesso metro, bisognerebbe spiegare ai mantovani che in città e dintorni circolano solo i mezzi pubblici e che molti di loro dovrebbero d’inverno stare in casa con alcuni gradi in meno. Troppo difficile!
Alla fine non si vuole gettare la maschera e si preferisce continuare, in salsa mantovana, la recita che piace a molti italiani: ovvero pensare di poter vivere al livello di uno dei primi Paesi industrializzati del mondo senza la “scocciatura” di avere industrie o altre attività produttive che non siano gradite alle nostre “anime belle”.
La maschera è un intelligente artificio creato anticamente per lo spettacolo e il divertimento. Passando dal palcoscenico alla vita reale si trasforma invece nel terreno di coltura di un aspetto oscuro dell’animo umano. È l’ipocrisia, la cui radice dal greco rimanda appunto ai figuranti del teatro antico. E nella vita concreta l’ipocrisia non è una virtù, anzi! E si capisce bene perché tra i destinatari della parole più dure del Vangelo ci fossero appunto gli ipocriti.
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