Visto con i nostri occhi
Quando il giornale si stampava all'Alce
Dopo la guerra, il settimanale diocesano veniva preparato in una tipografia dietro il Ducale, a Mantova. Una storia poco conosciuta: la racconta un protagonista, Benito Sandrini
06/11/2017
Quella scritta c’è ancora in via Rubens, a Mantova, dietro il palazzo Ducale. Le case dei canonici della basilica di Santa Barbara – la cui costruzione risale alla fine del Cinquecento – attualmente sono oggetto di un importante restauro, ma al numero 19 di via Rubens è stata conservata l’intestazione “Tipografia Alce”. Lì un tempo abitava l’abate di Santa Barbara. Tutti pensano che la tipografia prendesse il nome dal mammifero dalle ampie corna, e invece Alce è l’acronimo di Azienda lineotipa cooperativa editrice, fondata dai sacerdoti mantovani dopo la Seconda guerra mondiale.
La “tipografia dei preti”, una storia poco conosciuta. Proprio per questo è una storia da raccontare, perché “La Cittadella” (il nostro settimanale) dei primordi si preparava in quella tipografia, con i testi composti dalle linotype, i titoli di piombo allineati attentamente a mano, la stampa con una macchina “piana”.
Sembra di parlare di realtà di tempi molto lontani – e in verità lo sono –, se pensiamo alle tecnologie di oggi e al mondo sempre più sofisticato dei computer. La storia della tipografia ci viene descritta da chi, tra il “piombo” e gli inchiostri dell’Alce, ha trascorso gran parte della sua vita: Benito Sandrini, detto Tino. Lo abbiamo incontrato nella sua abitazione di Sant’Antonio di Porto Mantovano, dove conserva dei “cimeli” della tipografia: il libretto con i caratteri in uso, alcuni volumi e manifesti stampati in via Rubens (che un tempo si chiamava via Corte), qualche rara fotografia. Per rinverdire i ricordi gli abbiamo portato alcune annate della “Cittadella” degli anni Cinquanta. E l’emozione è stata veramente forte.
Tino è nato a Brescia nel 1941 ed è figlio di Emanuele (classe 1913), bresciano pure lui, divenuto direttore dell’Alce nel 1953, quando dalla città della Leonessa si era trasferito a Mantova. «Ho iniziato a lavorare presso la tipografia in quell’anno – racconta –, occupandomi di un po’ di tutto, ma l’attività che preferivo era quella di stare alla macchina da stampa». Tino ha lavorato all’Alce fino al 1976, anno nel quale con il fratello Oscar si è messo in proprio e ha intrapreso un’altra esperienza tipografica.
Dell’Alce ricorda tutto. Afferma: «Vi lavoravano ventidue operai, con cinque macchine da stampa, di cui due (una automatica e un’altra manuale della Nebiolo, formato 70 x 100) disponibili per “La Cittadella”. Agli inizi, le linotype erano due, successivamente quattro». Sandrini ha in mente perfino i caratteri impiegati più di frequente per comporre i titoli della “Cittadella”: si chiamavano Bodoni tondo nero, corsivo nero e stretto, Bodonia litografico, Cairoli nerissimo, Nilo, Normandia, Novecento. Quante copie della “Cittadella” stampavate?, chiediamo. «Il settimanale aveva una tiratura di due-tremila copie, a quattro pagine, che potevano diventare anche otto o dieci in circostanze particolari, come per esempio il Natale».
Tino rammenta l’importante esperienza cominciata da don Costante Berselli, direttore del giornale dal 1946 al 1956, al quale era venuta la geniale idea di dar vita a una catena di settimanali cattolici, con la seconda e la terza pagina in comune, mentre la prima e la quarta cambiavano, a seconda delle diocesi: Sandrini ha ben presenti le edizioni di Comacchio, Ferrara e Guastalla.
I ricordi si moltiplicano. Il direttore Berselli, deportato nel Lager di Dachau per la sua attività nella Resistenza, e il direttore monsignor Luigi Giglioli, alla guida della “Cittadella” dal 1957 al 1970. Ma anche il vescovo Antonio Poma, che – dice Tino – «una volta aveva mandato una scatola di cioccolatini a tutti i dipendenti dell’Alce per un prodotto tipografico che, secondo lui, era stato eseguito a regola d’arte».
Oltre che per la Curia, l’Alce lavorava anche per la Provincia, la Camera di commercio, il Consorzio agrario. Stampava il foglio degli annunci legali, libri e lavori a carattere commerciale. «I primi dépliant della Belleli li abbiamo fatti noi», afferma Sandrini, con un certo orgoglio. Ma noi gli siamo profondamente grati perché ha ricostruito un’importante pagina di storia del nostro settimanale, che non conoscevamo nei suoi dettagli.
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