Visto con i nostri occhi
Questioni di senso civico, di stile e di buon gusto
Un nostro lettore mi sollecita a scrivere qualcosa sulle vicende che nei giorni scorsi hanno portato alla ribalta il conflitto di interessi e le dimissioni del ministro Guidi e le questioni finanziarie legate al 'super-attico' del card. Bertone
06/04/2016

Paolo Lomellini

Un amico di lunga data, e nostro lettore, mi sollecita a scrivere qualcosa sulle vicende che nei giorni scorsi hanno portato alla ribalta il conflitto di interessi e le dimissioni del ministro Guidi e le questioni finanziarie legate all’ormai famoso “super-attico” del card. Bertone. La reticenza non è mai una buona consigliera e nemmeno una strada fruttuosa; tento dunque qualche riflessione.
A fronte delle dimissioni della ex-ministro signora Guidi tante considerazioni sono già state fatte. Si è detto che occorrono norme più stringenti per prevenire il conflitto di interessi. Vero. Si è aggiunto che non bastano le norme legislative ma occorre un di più di etica nella vita pubblica. Vero e sacrosanto!
Mi viene tuttavia da pensare che “etica” sia una parola perfino troppo grossa a fronte dello sbando che caratterizza tanta parte, troppa, della nostra vita pubblica.
Sì, perché spesso mancano anche i fondamentali dello stile e del buon gusto: non si prova più il senso dell’imbarazzo, del fare ammenda e della misura delle parole.
Per questioni che da noi sarebbero probabilmente risibili (qualche pagina di tesi copiata oppure rendiconti scorretti di poche centinaia di euro) in altri Paesi ci sono state le dimissioni di ministri con tanto di scuse ai loro concittadini per aver recato danno all’immagine della nazione. In Italia no! Bisogna ascoltare il piagnisteo della signora ex-ministro che dice di “aver operato in buona fede”. Un aggettivo (buona) e un sostantivo (fede) davvero impegnativi. Un uso improvvido e insipiente delle parole che fa pensare, e parecchio! Di fronte al quale parlare di etica sembra davvero un’impresa titanica e velleitaria. Lasciamo da parte anche le questioni civili o penali su cui si pronunceranno le autorità competenti: tuttavia un minimo di stile e buon gusto potremo pure aspettarcelo, o è chiedere troppo?
In questi giorni, come detto, c’è anche la notizia del procedimento giudiziario avviato dai giudici della Santa Sede in merito ai flussi finanziari che ci sono stati attorno all’appartamento (non esattamente “mini”) del card. Bertone. Anche in questo caso facciano il loro corso gli uffici competenti. Ma viene spontaneo il chiedersi perché dover assistere a parole che sono giravolte e ghirigori come “Gli spazi mi servono per lavorare” oppure “Nell’appartamento abitano anche delle suore”.
Chiedere scusa è davvero impossibile? E se per qualcuno lo fosse, una semplice e sobria pausa di silenzio sarebbe poi così difficile?
Ritorna sul tavolo ancora una volta, prepotentemente, una delle principali emergenze del nostro Paese: il senso civico. Quest’ultimo sembra destinato a essere un illustre sconosciuto o un retaggio buono per nostalgici di un passato ormai irrimediabilmente tale.
Occorre una scossa in tal senso. Riattivare un po’ di sana indignazione. Senza moralismi sommari ma nemmeno senza distrazioni, più o meno rassegnate o fataliste.
A partire dalla base, dal Paese vero, rappresentato da quanti (non pochi) giorno per giorno fanno la loro parte e la fanno bene, senza clamori. Un esempio ce lo offre l’articolo di Claudio Giacobbi che ci racconta la semplice e fattiva operosità quotidiana legata alla gestione dell’8 per mille. A partire da questa sana quotidianità possiamo sperare di costruire nella società un nuovo tessuto connettivo, con più etica, con più stile.
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