Mantova cultura 2017
Reinventare Monteverdi
Letture sulla mostra bibliografica del Divo Claudio con i bozzetti e i costumi di Ferruccio Bolognesi
30/08/2017
Nell’ambito della mostra ‘Al suon de la famosa cetra’. Storia e rinascite di Monteverdi cittadino mantovano (1 giugno – 16 settembre), la Biblioteca Comunale Teresiana promuove, in collaborazione con l’Accademia Nazionale Virgiliana, tre Letture monteverdiane per illuminare alcuni dei temi più rari e curiosi dell’esposizione. Si inizia il 1° settembre, alle ore 17 alla Biblioteca Teresiana, dall’elemento più inconsueto, ma anche fra i più ammirati, per una mostra bibliografica e documentaria ambientata in una biblioteca storica: i bozzetti e costumi di Ferruccio Bolognesi.

Anna Bolognesi, artista, figlia di Ferruccio (1924 – 2001) e custode di gran parte del suo lascito artistico, parla degli eventi che portarono all’incontro del padre con Monteverdi, della collaborazione con Claudio Gallico e di come quei memorabili lavori per la scena siano divenuti nuova linfa creativa. Tra i costumi realizzati dalla sartoria Tirelli e i bozzetti di Ferruccio, Anna Bolognesi rilegge le opere esposte connettendole con la fitta rete dei ricordi personali, di documenti e di testimonianze. L’incontro è anche l’occasione per affrontare il tema della conservazione di una collezione d’arte contemporanea e del delicato equilibrio fra tutela e valorizzazione. L’incontro è introdotto da Paola Besutti, curatrice della mostra. Accesso libero sino a esaurimento posti.

Prossimi appuntamenti: Paola Besutti, “I misteri di Orfeo” (8 settembre, ore 17.00, Sale monumentali della Biblioteca Teresiana); visita guidata alla mostra (9 settembre, ore 17.00).

«Il teatro di Bolognesi è un’eventualità permanente. Lo scorgi nei temi figurativi svolti, nella composizione del progetto, nella decorazione minuziosa: molto si dispone e si offre con esibita teatralità. Specchio di teatro appare anche la sottile lieta amara volontà di deformare il visibile. Drammaticamente, l’inquieta e sghemba immagine – composta di tracce grafiche e segni ricorrenti come archetipi profondi personali ossessivi di Ferruccio – alla fine del processo esecutivo risulta come spazzata da un gesto brusco e spavaldo di liberazione: tratto dalla tradizione popolare, dalla gestualità quotidiana della strada, della piazza. È questo naïf?».

Così scriveva Claudio Gallico (Vestire i sogni, 1982) rievocando poi la collaborazione con Ferruccio e rimarcando come quella per la Nina ossia la pazza per amore di Paisiello, da lui diretta (1974), fosse la «prima scenografia di un naïf italiano», il cui unico precedente era costituito dal naïf francese André Bauchant, autore della scenografia dell’Appollon Musagète di Igor Stravinskij, prodotto da Sergej Djagilev, con la coreografia di George Balanchine (Paris, 1928). Nel descrivere poi l’avanguardistica realizzazione (1978) della Dafne di Marco da Gagliano, interpretata da un’unica solista, via via mutante personaggio grazie alle sagome di lamiera cruda di Bolognesi, Gallico affermava: «Questa è cultura d’avanguardia, nel ventaglio frastagliatissimo di culture in cui è frammentato il vivere e il pensare presente. Certo si configura una situazione obiettiva di conflittualità fra restauro testuale, e reviviscenza scenica del testo: fra possibili tentazioni di museificazione da un lato, e immagini di vita poetica musicale dall’altro. Vitale contrasto, e occasione dialettica fecondissima, se giocata bene. Nasceva con Dafne la realtà di un laboratorio, di uno studio per l’opera antica, finalizzato al festival di settembre nel Teatro Olimpico di Vincenzo Scamozzi a Sabbioneta».

«Dopo Dafne [Sabbioneta, Teatro Olimpico, 1978] fummo ospiti anche nell’Olimpico di Vicenza. I teatri all’antica non si toccano. Non si può piantare nemmeno un chiodo. Sono compatibili solamente gli oggetti costruiti, appoggiati o appesi. Difficoltà nel dare luce. Nasce allora, nell’area signoreggiata da Ferruccio [Bolognesi], l’idea del costume non solamente come contenitore decorativo e allusivo del corpo dell’attore, ma come elemento dipinto costruito (fino alla faccia e alla pelle della persona), come arredo di scena, come fondale, o quinta, quando si può o si deve. Pezzo di pittura, in movimento colla storia scenica, e con la musica. Ciò valse specialmente nei due cicli di feste monteverdiane del 1979 e 1980. Dilagò la musica di Passatempo di veglia negli spazi del Palazzo Te in una lunga luminosa fine di giornata, l’8 settembre ’79: popolare annessione di Monteverdi a Mantova. E come riuscì finissima la rappresentazione di Movete al mio bel suon per la riapertura del giardino di palazzo d’Arco, per l’inaugurazione del Museo, 21 settembre 1980: la struttura ad archi dell’esedra modulava lo svolgimento della festa, visualizzata dai corpi in moto, come pitture di scena, e da squisiti effetti luministici nella verzura. Dal fondo librario antico all’inscenature: il modello operativo per Sabbioneta continua. L’esplorazione di giardini quasi segreti della storia musicale, e del teatro musicale e sue periferie, ha condotto alla ricreazione di Aeneis [di Domenico Mazzocchi]: visita amorosa a eventi singolari della musica secentesca; insieme omaggio a Virgilio, nel bimillenario della sua morte, 1981» (Claudio Gallico, Vestire i sogni, 1982). I costumi furono realizzati dalla sartoria Tirelli. L’Orfeo di Monteverdi, progettato nel 1980, non fu mai prodotto; restano i bozzetti dei costumi.

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