Visto con i nostri occhi
Relazioni forti capaci di unire, ecco l'Etiopia di don Pinotti
Il sacerdote «fidei donum» è stato in servizio nel Paese africano per ben diciassette anni. Da poco è tornato definitivamente a Mantova e traccia un bilancio dell’esperienza vissuta
09/03/2020
Il valore delle relazioni, l’aiuto dei laici, l’incontro con nuove culture, la consapevolezza di aver portato in Africa la vicinanza della Chiesa mantovana. Ripercorrere un servizio in missione durato ben diciassette anni significa mettere a fuoco ricordi passati, dar loro una forma e un senso. Don Matteo Pinotti lo ha fatto nei giorni scorsi: da metà febbraio è rientrato definitivamente a Mantova, dopo aver vissuto in Etiopia come sacerdote fidei donum.
Parroco di Gighessa dal 2003, nel 2012 si è trasferito a Lare, dov’è stato per circa sette anni. Due realtà distinte tra loro. A Gighessa, nel Sud del Paese, la religione più diffusa è quella musulmana e i cristiani sono una piccola minoranza. L’obiettivo della missione, avviata molto tempo prima, era favorire la conoscenza reciproca tra le comunità. A Lare, nell’estremo Ovest, lingua e cultura sono molto diverse. La presenza cristiana, di varie confessioni, è molto più diffusa, ma non mancano culti locali. In questo caso la missione era partita nel 2002 e poi è stata continuata dai fidei donum di Mantova, per promuovere i valori cristiani in un contesto segnato da divisioni sociali.
«All’inizio ho fatto un po’ fatica – ammette don Matteo – perché l’incontro con un’altra cultura non è semplice. Poi, vivendo fianco a fianco con loro, ho cercato di capire da dove nascevano certi atteggiamenti. Ascoltavo, davo il mio contributo, provavo ad aiutare. Così sono nate relazioni profonde, un senso di fratellanza che va oltre la fede». Un episodio riassume bene questo spirito: «Nel periodo in cui ero a Gighessa – racconta – abbiamo aiutato a costruire una moschea. Tempo dopo, diversi musulmani hanno aiutato noi a costruire una chiesa. Questo dimostra quanto fossero aperti, perché apprezzavano il nostro modo di fare». Tra i progetti realizzati ce n’è uno a cui è rimasto legato: l’ostello di Lare, dove vivono gli studenti iscritti alla scuola superiore. Alcuni di loro provengono da zone di campagna, molto distanti. Altri invece sono originari del Sud Sudan Ie hanno combattuto in guerra. «Lavorare con loro è stata un’esperienza coinvolgente – spiega il sacerdote –, anche perché, senza quella struttura, la maggior parte non avrebbe potuto studiare».
Lungo il cammino ci sono stati anche momenti difficili, come l’irruzione del 2016 a Gighessa, quando la missione fu assaltata e in parte distrutta. Tuttavia, perfino da un gesto simile può nascere speranza. «Ho contattato un giovane musulmano della zona – ricorda don Pinotti –: era sinceramente dispiaciuto e mi ha precisato che non era un attacco alla nostra fede. Quando negli anni successivi ho visitato la missione ho trovato tante persone pronte a collaborare per far ripartire in modo nuovo le attività. Ciò che resta davvero non sono tanto le opere materiali, quanto le relazioni. È proprio questo legame che aiuta a ricominciare, anche se tutto sembra perduto». Per costruire relazioni vere è importante il contributo dei laici, valore aggiunto che ha segnato in positivo l’esperienza in Etiopia. «Tutto è stato possibile grazie all’impegno dei laici – sottolinea don Matteo –. A partire da Marisa Mantovani, tra le prime arrivate come infermiera. È fondamentale avere persone che vivono stabilmente là perché rendono possibile una vera corresponsabilità».
La fine del servizio in Etiopia è l’occasione per riflettere sulla situazione attuale dell’Africa: «Il problema principale è la precarietà – continua il sacerdote mantovano –. Mancano strutture, risorse, servizi, assistenza sanitaria. L’unico aiuto arriva dalla famiglia o dal gruppo sociale a cui si appartiene ed è questo che definisce la loro identità come persone». Oggi è in atto un forte cambiamento: certe cose migliorano ma nascono anche nuovi problemi. «Molti più giovani studiano – afferma don Pinotti – ma c’è un forte contrasto tra il loro modo di vivere e le tradizioni degli anziani. Emergono contraddizioni talvolta difficili da conciliare». Rientrato da poco a Mantova, don Pinotti ha già cominciato a collaborare con la parrocchia di San Benedetto Po e vive questa fase con tranquillità. «In questi anni mi è mancato il legame con i confratelli preti della diocesi – conclude – e sono contento di tornare a camminare insieme. Ora la presenza della Chiesa mantovana in Etiopia continua ad Abol, grazie a don Sandro Barbieri. Spero che ci siano nuovi laici pronti ad aiutarlo, come hanno fatto tante persone in passato».
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