Visto con i nostri occhi
Ricoveri più precisi per cure efficaci
In base a uno studio realizzato a Mantova, oltre una persona su tre potrebbe essere accolta altrove o assistita a casa. Spesso però mancano i posti letto o familiari disposti ad accudirli. Così i reparti si intasano e le attese si allungano
25/11/2019
I reparti di Pronto soccorso degli ospedali appaiono sempre più affollati e intasati: l’attesa, prima di essere visitati o fare un esame, può durare diverse ore. Uno dei problemi alla base è il ricovero “inappropriato” di alcuni pazienti: in caso di situazione non grave, infatti, potrebbero essere trasferiti in un’altra struttura del territorio. Spesso, però, altrove mancano i posti letto e, per non abbandonare la persona a se stessa, la si ricovera in ospedale anche se non è necessario, con il rischio di rendere i reparti sovraffollati.
Alcuni professionisti dell’Azienda socio-sanitaria territoriale di Mantova hanno realizzato uno studio su questo tema. L’équipe comprendeva il direttore del Pronto Soccorso di Asola Massimo Amato, la direttrice del presidio di Mantova Consuelo Basili, la bed manager Morena Bolognini e il responsabile del servizio 118 Pier Paolo Parogni. La ricerca ha analizzato 1.377 pazienti arrivati al Pronto soccorso nell’arco di un anno, tra gennaio 2016 e febbraio 2017. Ogni caso è stato analizzato attraverso uno strumento medico chiamato “Triage di corridoio”, o più comunemente Tri-co, elaborato nel 2007, ma ancora oggi poco diffuso a livello nazionale.
In base alla combinazione di vari parametri clinici e assistenziali del paziente, permette di classificarne la gravità e orienta il medico nella scelta della cura più adatta: ricovero in ospedale, trasferimento in una struttura o assistenza a casa. Applicando il Tri-co al campione scelto, il 37,9% dei ricoveri è risultato inappropriato e nell’83% dei casi si trattava di persone con più di 65 anni. «Molti degli anziani presi in considerazione erano affetti da patologie non gravi e non avrebbero avuto bisogno di un’assistenza costante dei medici – afferma Amato –. Per loro sarebbe stato più adatto il ricovero in una struttura esterna, come per esempio una residenza sanitaria assistenziale, ma i posti disponibili sono pochi rispetto al fabbisogno. In altri casi, invece, il paziente avrebbe potuto essere dimesso e assistito a casa, ma non avrebbe avuto familiari o conoscenti disposti a seguirlo». «Il ricovero inappropriato non è dovuto a un errore di valutazione – precisa Basili –. Il medico sa quali sono le cure adatte a seconda dei casi, tuttavia spesso non è possibile fornirle per la mancanza di posti letto in altre realtà del territorio». Il fenomeno riguarda in particolare gli anziani ed è urgente trovare una soluzione, visto che in futuro la popolazione sarà sempre più vecchia. «L’aspettativa di vita aumenta, ma si riduce la qualità – aggiunge il direttore del Pronto soccorso di Asola -. Le persone diventano fragili e hanno bisogno di cure sanitarie e maggiore assistenza».
La ricerca dimostra che il “Triage di corridoio” offre vantaggi concreti. Da un lato, evita il ricovero in ospedale a chi non ne ha bisogno, liberando posti letto nei reparti per i casi più gravi: così cala l’attesa e migliora la gestione del Pronto soccorso e dell’intera struttura sanitaria. Dall’altro, si riduce la probabilità che il paziente, tornato a casa ma senza nessuno ad accudirlo, si ripresenti al Pronto soccorso al riacutizzarsi del problema. È il fenomeno “sliding doors” (“porte girevoli”, in inglese) per cui le persone a entrano ed escono continuamente dall’ospedale, con l’effetto di intasare ancora di più le strutture.
Dopo lo studio è partito un progetto sperimentale nel Pronto soccorso di Asola: il Tri-co è stato applicato nell’attività ordinaria, grazie alla collaborazione di una struttura di Bozzolo che ha accolto i pazienti meno gravi. Anche stavolta, il risultato è stato positivo: «I ricoveri in ospedale sono calati sensibilmente – spiega Amato – così si è liberato posto per chi ne aveva davvero bisogno e al contempo si sono ridotti i casi recidivi. L’esito è stato confortante e apre a un uso sempre più diffuso di questo strumento medico».
In chiave futura, però, c’è ancora molto da lavorare. «Ad oggi molte strutture non sarebbero pronte ad accogliere i pazienti del Pronto soccorso – puntualizza Basili – per la carenza di posti letto o di personale. Perciò la soluzione prevista dal nostro studio, pur funzionante, rischia di trovare difficoltà nell’applicazione corrente». Il progetto va nella direzione auspicata da Regione Lombardia, cioè favorire il dialogo tra gli ospedali centrali e le varie strutture sparse sul territorio. Serve però un lavoro più ampio e approfondito, per sciogliere le questioni ancora aperte. L’auspicio è che venga affrontato in tempi rapidi per garantire a tutti i cittadini cure rapide ed efficaci.
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