Mantova cultura 2017
Romeo e Giulietta tra i cactus: amore senza spine con Momix
La nostra recensione dello spettacolo al Teatro Romano di Verona
06/08/2016
Momix, celeberrimo gruppo di danzatori, acrobati, ginnasti capitanati da Moses Pendleton, ha registrato il tutto esaurito per dodici repliche al Teatro Romano, nel corso dell’ “Estate Teatrale Veronese”. Opus Cactus è nato per l’Arizona Ballet come un pezzo di una ventina di minuti, si è poi ampliato in una versione che ha debuttato quindici anni fa in prima europea proprio a Verona, dove ora è tornato in una nuova veste, della durata di circa due ore. Ogni spettacolo non è uguale a sé stesso, per la consuetudine di lasciare spazio alla vena ideativa dei singoli interpreti della Compagnia, in continuo ricambio. In questa tournée si è privilegiato uno stile maggiormente danzato e meno metamorfico, anche se quest’utima è la caratteristica che il pubblico si aspetta.

In apertura, un omaggio creato specificamente per il Teatro Romano in occasione dei 400 anni dalla morte di William Shakespeare: un duetto tra Giulietta e Romeo, dove i protagonisti Rebecca Rasmussen e Steven Ezra sono sembrati esenti dalle leggi di gravità. Il lungo abbraccio tra gli innamorati ha portato il sentimento a librarsi elegante nell’aria, rischiarato da un romantico tappeto di stelle.

Il deserto Momix ha assunto le molte facce del sud-est statunitense fino all’Australia, transitando dal Sahara. Lo spazio apparentemente desolato si è popolato di forme di vita animali, floreali e umane (costumi di Phoebe Katzin). Una sagoma in controluce è divenuta un cactus semovente e una fila di danzatori ha composto una rossa scolopendra. Fiammelle sono guizzate a fendere il buio e fluorescenti tumbleweed, gomitoli di sterpaglie sospinti dal vento, hanno preso vita e interagito tra loro, ripetendo un incantesimo visivo che è riuscito ancora una volta a stupire.

Utilizzando in modi innovativi pochi elementi essenziali, Pendleton ha evocato mondi reali e immaginari, creando illusioni e scatenando l’immaginazione del pubblico. Gialli fiori sono sbocciati come ventagli sotto i raggi del sole; insetti hanno strisciato sfrecciando su invisibili skateboard; serpentesse si sono avvinghiate con sensualità; grossi varani hanno mosso le zampe con serafica lentezza. Anche gli uomini hanno fatto la loro comparsa e, balzando su lunghe pertiche, hanno eseguito balli tribali e riti sciamanici, oppure hanno compiuto esercizi di equilibrismo su un moderno attrezzo di metallo scintillante e oscillante. Infine la danza macabra ha visto la morte, tutto sommato benevola, ricoprire il palcoscenico con il suo svolazzante mantello, mentre anime femminili volteggiavano appese a elastici.

Il tempo è stato scandito da ritmi etnici atavici e da tracce elettroniche contemporanee, le cui sonorità sono risultate stupefacentemente simili. Il rossore dell’alba ha condotto alle ombre del tramonto e ai bagliori nella notte, mentre l’azzurro terso del cielo si è stemperato nei colori neutri della sabbia (luci di Joshua Starbuck, John FInen III e dello stesso Pendleton). Un inno alla bellezza della natura, della musica, del corpo umano, della vita, della Terra in tutti i suoi aspetti meravigliosi e fantastici, che si sono magicamente fusi. Un tributo alla fantasia declinata con poesia.

Maria Luisa Abate


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