Visto con i nostri occhi
Scarse tutele e sicurezza, lotta aperta al lavoro nero
In provincia, il fenomeno riguarda soprattutto i settori tessile e agricolo. La maggior parte delle vittime è di origine straniera. Intervista al prefetto di Mantova, Carolina Bellantoni
16/12/2019
Lo sfruttamento del lavoro è un fenomeno difficile da combattere, perché assai variegato. A fare clamore sono le retate all’interno di laboratori tessili o nei campi agricoli, dove viene impiegata manodopera straniera, talvolta clandestina, in condizioni disumane. Tuttavia, la realtà è più complessa. Non mancano, per esempio, i casi di lavoratori impiegati con accordi non regolari, oppure che svolgono mansioni differenti rispetto a quelle previste dal contratto. Il tutto a vantaggio di imprenditori senza scrupoli che si approfittano di chi ha bisogno di un lavoro per imporre salari più bassi o evadere tasse e contributi.
Uno scenario inquietante che sta venendo alla luce grazie all’impegno di una task force provinciale che coinvolge forze dell’ordine, Ispettorato del lavoro, Inps e Inail. Durante le 183 operazioni svolte nei primi sei mesi del 2019, sono emerse varie irregolarità: 174 i datori di lavoro segnalati, in maggioranza stranieri. Tra i reati più diffusi, lo sfruttamento di manodopera abusiva e il caporalato. I lavoratori coinvolti sono stati 1.348, dei quali 1.211 stranieri e 137 italiani. Nel biennio 2017-2018, le vittime individuate erano in tutto 1.406. Basta questo per capire quanto il fenomeno sia ancora sommerso, perciò occorre scavare a fondo. Ne è convinta anche Carolina Bellantoni, da circa un anno Prefetto di Mantova, l’istituzione che coordina la task force.
Qual è la situazione attuale nel Mantovano?
Il fenomeno è trasversale, presente in varie zone della provincia. Il contrasto è partito due anni fa nel settore tessile dell’Alto Mantovano, poi è stato esteso all’agricoltura. Nel settore manifatturiero, la maggior parte sono laboratori clandestini gestiti da cinesi. La situazione è grave perché le persone vivono in condizione di semi-segregazione. In agricoltura, invece, lo sfruttamento si lega alle colture stagionali. Quando c’è maggiore bisogno di forza lavoro, la manodopera viene reclutata talvolta in modo illegale, attraverso caporali a cui i lavoratori devono versare una parte del compenso ricevuto.
Il fenomeno coinvolge soprattutto stranieri. Come mai?
La ragione principale è la forte presenza di stranieri nel territorio, perciò aumenta la quota di lavoratori a rischio e vulnerabili. Si tratta di una fascia “grigia” della popolazione, spesso formata da soggetti irregolari che le istituzioni o i sindacati, con le loro attività di controllo e informazione, non riescono a raggiungere. È un esercito di invisibili. Nella calza sono principalmente cinesi. Nel settore agricolo, invece, soprattutto africani originari del Maghreb e della zona sub-sahariana. Le donne sono poche: quando ci sono, la loro condizione è veramente difficile.
È possibile fare un confronto tra Mantova e le altre zone della Lombardia?
Posso parlare nel dettaglio solo del nostro territorio, però, avendo lavorato anche a Cremona, è plausibile pensare che la zona agricola della Bassa Lombardia possa avere analoghe caratteristiche. Credo che la Lombardia sia stata a lungo un’isola felice: il fenomeno si sta affacciando solo ora rispetto ad altre regioni. Al Sud, per esempio, c’è da decenni ed è una delle attività illegali della mafia. In Lombardia, invece, fino a una decina di anni fa era quasi sconosciuto.
Il “modello Mantova” potrebbe essere applicato altrove per combattere il fenomeno su una scala più ampia?
Io penso di sì. Questa prassi è nata nell’ambito della manifattura e punta su un’attività di coordinamento tipica delle forze di polizia. Certamente potrebbe essere esportata ma bisognerebbe calibrarla sulla realtà specifica. Ogni territorio ha la sua specificità e bisognerebbe verificarne l’attuazione caso per caso. È certo un modello operativo che funziona e sta portando a risultati concreti e significativi.
Quanto è importante proseguire il controllo sul territorio?
L’attività di contrasto è fondamentale anche per lanciare un messaggio: non si può venire in Italia per gestire un’impresa illegale, senza rispettare le leggi e i diritti dei lavoratori. Si deve assolutamente evitare che lo sfruttamento sfoci in forme di criminalità organizzata, come avvenuto in altre parti d’Italia dove alcune comunità straniere ne hanno approfittato per creare un dominio sul territorio. Attualmente però questa deriva non c’è.
Tra gli obiettivi principali c’è anche la prevenzione. Ci sono segnali confortanti in tal senso?
Assolutamente sì. Ho trovato grandissima disponibilità da parte delle associazioni datoriali, soprattutto nel settore dell’agricoltura. Fin dall’inizio del mio incarico, tutti hanno manifestato l’intenzione di collaborare. Non si tratta solo di difendere i diritti dei lavoratori, ma anche tutelare gli imprenditori onesti. Bisogna garantire la concorrenza leale: un’impresa che vive nell’illegalità non è un’impresa di qualità. Occorre fare di più in termini di informazione per raggiungere quelle persone ancora lontane dalle istituzioni che se ben istruite e orientate verso sistemi di legalità potrebbero uscire dello sfruttamento o evitare di caderci.
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