Visto con i nostri occhi
Scuola in «black out»: problemi e opportunità
A causa dell’emergenza provocata dal virus, gli alunni sono rimasti a casa per diversi mesi. Il periodo di pausa ha avuto varie ripercussioni legate all’apprendimento e ai rapporti familiari
20/07/2020
La pandemia causata dal corona virus ha avuto, tra le altre conseguenze, anche un blackout educativo. Per diversi mesi bambini e ragazzi hanno dovuto rimanere in casa, in spazi anche molto limitati a volte, nella impossibilità di incontrare compagni di scuola e interagire con i propri insegnanti. Una riduzione drastica di input educativi e di stimoli per la loro crescita e il loro benessere psicofisico.
Più in particolare, gli effetti su bambini e ragazzi colpiti dalle misure di contrasto della diffusione del contagio sono stati di vario genere. Ad esempio: stress emotivo a causa dell’isolamento e del distanziamento fisico, che facilmente possono aver comportato paure e fantasie negative; drastica riduzione di esperienze educative formali e informali, con la conseguenza di interrompere un percorso di apprendimento già da tempo avviato; possibile aumento di esposizione a manifestazioni di tensioni e violenze domestiche, provocate da un confinamento domestico prolungato; maggior tempo trascorso online e magari senza la supervisione di persone adulte, con la conseguenza di una maggiore vulnerabilità ai rischi del mondo digitale; privazione di sostegno affettivo da parte delle figure di insegnanti e compagni di classe.
Non sono da escludere, comunque, anche effetti più o meno positivi, quali ad esempio: la possibilità di una maggiore interazione con le figure della propria famiglia e quindi una maggiore vicinanza degli adulti di riferimento che provvedono abitualmente ai bisogni dei bambini; la possibilità di coltivare maggiormente i propri interessi e i propri hobby; un rafforzamento della capacità di affrontare con coraggio e in modo costruttivo le sofferenze e le prove della vita (“la vita educa”, scriveva Pestalozzi).
È naturale immaginare che gli effetti del forzato confinamento sulle persone - nel nostro caso: su bambini e ragazzi – possano essere condizionati da fattori diversi. Ne richiamo alcuni: il livello di ansia di ciascun soggetto e, più in generale, del contesto famigliare; il grado di stima di sé e sicurezza interiore; la capacità di autoregolazione e di adattamento a situazioni diverse e più complesse; il livello di tolleranza della frustrazione; la possibilità di fare ricorso ad esperienze e motivazioni di carattere religioso; l’aiuto ricevuto dagli interventi degli insegnanti che hanno messo in atto forme diverse di didattica a distanza. Non si può ignorare, inoltre, un altro fattore che condiziona abitualmente e profondamente la vita delle persone e le loro esperienze: i condizionamenti socioeconomici. Nelle condizioni di forti disagi sono sempre i più poveri a pagare le conseguenze più dure. Con riferimento al problema che stiamo considerando, si può immaginare che i bambini e i ragazzi più poveri abbiano potuto disporre di spazi di movimento più ridotti o che abbiano avuto maggiori difficoltà nell’utilizzo dei social – che peraltro si sono manifestati di particolare aiuto nei mesi del confinamento sociale – o nel reperire libri di lettura o mezzi per svagarsi nel temo libero.
In conclusione, per gli alunni delle nostre scuole la pandemia ha significato un profondo sconvolgimento di abitudini famigliari e sociali e, contestualmente, la ‘perdita’ di circa quattro mesi di scuola. Mi sembra realistico affermare che le varie forme di didattica a distanza messe in atto dagli insegnanti non hanno potuto rimediare più di tanto a tale perdita, anche se va dato atto della loro disponibilità e creatività nel mantenere il contatto con i propri alunni. Interrompere per diversi mesi un percorso educativo così importante come quello offerto dalla scuola non può non rimanere senza particolari conseguenze.
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