Visto con i nostri occhi
Se i nostri “fari” sono chef e ricette…
Un tema che riguarda il nostro territorio che quest’anno, assieme ad alcune province vicine, condivide il titolo di capitale gastronomica
15/02/2017
Paolo Lomellini

Premetto che amo la buona cucina e mi destreggio abbastanza bene tra i fornelli, ricevendo qualche apprezzamento. Fatta questa necessaria precisazione, mi pare doveroso stigmatizzare la vera e propria “sbornia” collettiva che sta da tempo tenendo in ostaggio l’inconscio collettivo del Paese con il turismo enogastronimico, la cultura del cibo e tutto quanto ci sta attorno, condito con una discreta dose di retorica. Si parte da qualcosa di giusto e apprezzabile e ci si costruisce attorno un castello di superficialità culturale e miopia sociale (condito magari da qualche interesse di retrobottega).
È un tema che riguarda tutto il Belpaese e in particolare il nostro territorio che quest’anno, assieme ad alcune province vicine, condivide il titolo di capitale gastronomica. Per carità, niente di male, anzi! Il nostro giornale ha spesso cercato di raccontare e valorizzare questi ambiti. Speriamo che quella di quest’anno sia l’occasione per far crescere qualche produttore locale della filiera agroalimentare e qualche ristoratore. Dopo di ciò sarà meglio tenere i piedi per terra ed evitare eccessivi voli di fantasia. Se si vuole immaginare che il futuro del nostro territorio si giochi a colpi di “capitale di qualcosa…” io penso che ci si imbarchi per un viaggio illusorio e fuorviante. Non abbiamo bisogno delle liturgie, ripetute per l’ennesima volta, sulle meraviglie del tortello mantovano (contro i “malvagi” cappellacci ferraresi) o della nostra sbrisolona (che non ha rivali… e allora già che ci siamo ricordiamoci di più della torta di tagliatelle). Abbiamo bisogno di più solidità per le nostre filiere di base: il primario, agricolo e zootecnico, il secondario industriale e il terziario, soprattutto del settore finanziario al servizio della nostra economia.
Non è una gran consolazione ma va detto che questa “psicosi” da cibo (più o meno griffato) non è una privativa del nostra mantovanità ma attanaglia per intero il sistema Italia. Guardate in carrellata i canali televisivi a qualsiasi ora del giorno. Una vera e propria inondazione di ricette e chef. In qualche caso con un sano senso della misura ma più spesso con prosopopea e toni aulici, cattedratico-baronali. Toni saccenti, accostamenti arditi, mosse quasi sacrali, qualche parola erudita esibita in modo plateale e compiaciuta. Sono i nuovi “guru”! Fate attenzione al lessico che trasuda nei “talent show” culinari: “Si, chef!”; “Ho capito; chef!”; “Mi scusi, chef!” e via discorrendo. Un rispetto reverenziale di cui non gode quasi nessun altro. Che cosa aspettarsi del resto? Siamo un Paese che riesce a dare la laurea a Valentino Rossi e a tenere “lectio magistralis” di Briatore o Schettino in prestigiose università. Un Paese in cui trionfano le pozioni della Vanna Marchi di turno, in cui si dà credito al “metodo” Stamina e sui vaccini si ascoltano “pensatori” del calibro di Red Ronnie ed Eleonora Brigliadori anziché gli esperti della materia.
Forse l’inusitato rispetto e riverenza culturale di cui sono oggetto gli chef non è il peggiore dei nostri mali. Certo viene alla mente una metafora di un grande (per davvero!) pensatore, Soren Kierkegaard. È la storia di un equipaggio marino che si ribella al capitano, accusato di essere troppo autoritario, e dopo l’insubordinazione lo sostituisce con il cuoco. Una scelta gradevole per qualche giorno salvo che, al primo agitarsi del mare, l’equipaggio si trovò poi a malpartito. Infatti dall’altoparlante del ponte non arrivavano indicazioni sulla rotta da tenere, piuttosto informazioni sul menù del giorno seguente!
Ecco, già che ci siamo, se possibile, evitiamo di finire risucchiati negli esiti inquietanti di questa intelligente e profonda metafora.
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