Visto con i nostri occhi
Se qualcosa di buono c’è e rimane, è grazia di Dio
Mons. Busti si è soffermato sui lavori della basilica di S.Andrea e ha concluso con alcuni pensieri, essenziali e intensi, sugli anni del suo ministero episcopale a Mantova
21/09/2016
L’omelia di mons. Busti in Sant’Andrea il 18 settembre ha inizialmente approfondito le Letture, in particolare sul tema del rapporto con il Tempio, da sempre molto ricco e complesso. Nella seconda parte, di cui riportiamo ampia sintesi, il Vescovo si è soffermato sui lavori della basilica di S.Andrea e ha concluso con alcuni pensieri, essenziali e intensi, sugli anni del suo ministero episcopale a Mantova.

Il Tempio: casa in cui il popolo incontra Dio
L’incontro con Dio, la preghiera rivolta a lui può avvenire e di fatto avviene ovunque: Gesù stesso la raccomanda. Nello stesso tempo però ci si rende conto che tutto deve condurre a lui e a lui si giunge nella comunità dei salvati. Il tempio non è la casa di Dio, ma la casa in cui il popolo dei credenti incontra il suo Dio e ne riceve i doni di vita attraverso i sacramenti. Perciò nel tempio tutto guarda all’altare ed è in funzione dell’altare, sepolcro ormai vuoto, mensa del cibo di vita che per opera del Risorto vince in noi la morte: “ogni volta che farete questo, lo farete in memoria di me”.
Con la consacrazione dell’altare, reso finalmente stabile con i luoghi principali delle celebrazioni liturgiche, noi abbiamo dato il compimento indispensabile alle delicate e importantissime operazioni di restauro che hanno richiesto attenzione e impegno continui, capacità di scelte coraggiose e risorse notevoli (grazie a chi ce lo ha permesso!).
Soprattutto, però, è emersa una indescrivibile capacità di rispettare la sacralità di questo luogo consegnatoci da secoli di storia, ciascuno dei quali ha lasciato segni evidenti della propria fede e della propria arte.

Uno slancio coraggioso e intelligente
Non un restauro qualsiasi, non solamente il recupero di uno splendore che per la prima volta è possibile ammirare in tutto il suo fantastico e luminoso insieme; ma anche la volontà di far emergere la testimonianza di fede che esso rappresenta, così da consegnarlo non solo come luogo di bellezza, ma come tempio di salvezza. La custodia del Preziosissimo Sangue affidata a questa Basilica Concattedrale si traduce perciò in un cammino illustrato delle Sante Scritture che aiutano anche noi a giungere all’adorazione di fede nel mistero. Il mio grazie vuol raggiungere qui tutti gli operatori che, a diverso titolo e nelle più varie responsabilità, hanno contribuito allo svelamento di questo miracolo di bellezza.
In questo vedo simbolicamente riassunto lo slancio coraggioso e intelligente della Chiesa mantovana nella esemplare ricostruzione delle oltre cento chiese ferite dal terremoto: segno evidente e provvidenziale della mano di Dio! Perciò, memori dei nostri momenti di tristezza e di scoraggiamento e dei gesti concreti di speranza e consolazione che tante chiese sorelle ci hanno fatto giungere, anche noi non possiamo dimenticare chi sta soffrendo per il disastro ancora più grave e pesante dell’Italia centrale. Ho deciso perciò di costituire e contribuire per primo a un fondo di solidarietà con il quale aiutare altre fratelli e sorelle a mantenere la speranza: è un dovere per tutti noi.

Anni trascorsi nel segno del cammino
Cosa aggiungere ancora, in questo momento di congedo che mi ricorda l’abbraccio affettuoso del 7 ottobre 2007, prolungatosi per nove anni intensi e veloci, nei quali abbiamo camminato insieme dietro al Signore, con il desiderio di scorgerne meglio il volto nella diaspora di questo mondo?
Dal Sinodo abbiamo imparato che occorre riconoscerlo Risorto, nei tratti di concreti e visibili delle persone e nella storia di ogni povertà: in tutte le nostre chiese ascoltiamo la Parola di verità e di lì usciamo, resi capaci di condividere una fede che esprime la consapevolezza di un dono che non può restare tra le nostre mani, ma va offerto a tutti come pegno di speranza e felicità.
L’esperienza del risorto - ci scrive il vescovo Marco - non è mai individuale; tocca le profondità personali di ciascuno, ma per una logica interna alla vita di comunione, che ci viene donata nell’incontro con Gesù, subito i piedi si muovono per unirsi ai fratelli che condividono la stessa esperienza di fede”.
È quanto mi è successo con voi, nel cammino di questi anni trascorsi. Ho ricevuto affetto, comprensione e condivisione più di quanto meritassi: il Signore ve ne renda merito!
Renda merito ai sacerdoti, collaboratori insostituibili, preziosi e vivaci, ciascuno con la propria sensibilità: tra loro un grazie affettuoso a chi ha condiviso più da vicino, con pazienza e comprensione, le mie responsabilità.
Renda merito al Seminario, ai diaconi, alle sorelle e fratelli di vita consacrata, al personale di Curia e insieme a tutte le donne e gli uomini che nelle nostre parrocchie spendono con gioia gratuita tempo, intelligenza ed energie.
Renda merito a chi ha rappresentato o rappresenta le Istituzioni civili: da loro ho ricevuto rispetto e vicinanza amichevole e costruttiva.

Il sigillo di Matilde
Conservo nel cuore un’immagine che mi ha colpito appena giunto qui: il sigillo di Matilde di Canossa, gloria delle nostre terre. Anche se alcuni tratti della sua esistenza restano oscuri o controversi, la vera interpretazione della sua opera sta in quelle parole: Matilda, Dei gratia si quid est”. Se qualcosa di buono c’è e rimane, è grazia di Dio!
Non saprei chiudere in altro modo se non ripetendo le parole che ci congedano dalla celebrazione liturgica affidandoci alla vita quotidiana: rendiamo grazie a Dio! Mi piacerebbe che potessimo adesso ripeterlo insieme: rendiamo grazie a Dio!
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