Visto con i nostri occhi
Servitori del Vangelo e fratelli nella Chiesa
Da settecento anni la presenza del Santo di Assisi a Mantova attraverso la vita dei suoi frati nello storico convento di via Scarsellini
03/11/2016
Gieffe

«Siamo una comunità completamente rinnovata… e la cosa che più mi rende felice è che ci vogliamo bene». Me lo dice con convinzione e gli occhi sinceri, fra Cristian Capuzzo, il giovane guardiano che a soli trentotto anni è stato richiesto di “custodire” la piccola comunità di sei frati giunti da pochi mesi nello storico convento mantovano. La presenza dei frati è infatti attestata sin dal 1230, a pochi anni dalla morte di san Francesco, facendo di quella mantovana una delle presenze francescane presenti in Lombardia da più anni. «Il nostro convento - mi precisa con orgoglio frate Cristian - era famoso per lo studio teologico e molti frati lo frequentavano giungendo da tutta Europa. Eravamo così importanti al punto da ospitare ben quattro Capitoli Generali, il più importante organo di governo dell’ordine». Mi ricorda così che la presenza francescana a Mantova vanta una storia di grande rispetto, e settecento anni non sono certamente pochi.
Il guardiano, il responsabile della comunità così come volle che venisse chiamato già il fondatore dei francescani, mi racconta della responsabilità che condivide con i suoi fratelli nel custodire la memoria di san Francesco nella nostra città. «Noi frati siamo una piccola presenza che desidera essere anzitutto il segno del Vangelo di Cristo vissuto in una vita fraterna e solidale con gli uomini e col creato. Padre Francesco - continua frate Cristian - ci ha chiesto di essere anzitutto fratelli che mostrano a tutti che è possibile vivere il Vangelo insieme. Non siamo qui per fare chissà quali segni eclatanti o straordinari, quanto per camminare con la gente e con la Chiesa locale della quale ci mettiamo totalmente a disposizione. Non siamo parrocchia e nemmeno un santuario. Siamo soltanto una piccola fraternità che desidera mettersi al servizio della Chiesa in cui siamo inseriti, nella missione dell’annuncio del Vangelo di Cristo e nella fraternità con tutti».
La chiesa francescana in città è situata accanto all’università e alla stazione dei treni. Domando a frate Cristian di raccontarmi chi la frequenta e chi bussa alla porta del convento. «Qui arriva tanta gente con svariate domande, ma quello che ci domandano più spesso è di essere ascoltati, di avere qualcuno che lasci loro il tempo per parlare, e non raramente, chiarire anche i tanti dubbi sulla fede che si portano dentro. Noi frati avvertiamo una crescente domanda di Dio anche nei più giovani. Le stesse messe domenicali sono frequentate anche da diverse persone giovani la cui presenza - continua il guardiano - mi commuove sempre, perché mi mette di fronte all’opera di Dio nella vita di tanti di loro».
Durante l’intervista confido al guardiano che il luogo in cui mi trovo mi trasmette un grande senso di pace. La comoda poltrona sulla quale vengo fatto sedere facilita la sensazione di benessere. Il silenzio che lo abita, nonostante ci si trovi nel centro della città, fa di questo ambiente quasi un’oasi inimmaginabile. Tra l’altro per la prima volta posso godere dello splendido chiostro che, come mi ricorda il mio intervistato, aveva proprio la funzione di favorire nei frati l’attitudine alla preghiera e alla riflessione. «La nostra piccola comunità - mi confida fra Cristian - ha il sogno che questo convento possa diventare anche una sorta di “casa dei mantovani”, perché possano trovare in esso uno spazio di silenzio e di preghiera fruibile da tutti. Non a caso stiamo attrezzandoci per potenziare al massimo la foresteria, al fine di poter accogliere dignitosamente quanti ce lo domanderanno in seguito».
Chiedo di poter visitare il convento e oltre al grande antico refettorio, oggi sala da museo, e altri ambienti solenni, mi accompagna a visitare la sala officina, come anche la dispensa, la lavanderia, il piccolo refettorio situato accanto alla cucina, la cappellina pensata per la preghiera della comunità alla cui parete sta la copia del crocifisso che parlò al santo di Assisi. Scopro così una dimensione di casa che mi racconta di una vita semplice e vera, fatta di cose normali come il bucato e le spazzature, la macchina del caffè e la lista della spesa. Mentre il mio accompagnatore mi guida negli ambienti del convento, mi parla dei suoi frati e il volto si illumina come quando si parla degli amici. Mi racconta di Graziano suo vicario, Ezio l’economo, Domenico il più anziano, come dei più giovani Alessandro e Davide. «Cerchiamo di accoglierci per quello che siamo e per i doni che ciascuno di noi porta con sé. La fraternità è sfida, ma anche benedizione».
Avrei tante cose da chiedere, ma le lancette dell’orologio segnano già la fine del tempo permesso. Domando infine se esiste una tentazione presente nella vita religiosa oggi. Dopo qualche istante di silenzio fra Cristian mi dice che forse quella maggiore è rappresentata dal rischio dell’adagiarsi e di non uscire più in mezzo alla gente. «Francesco di giorno stava con la gente e la sera tornava tra i frati. Mentre ero in città per una commissione un uomo fermandomi mi ha detto che era da tempo che non vedeva più un saio per strada! Forse ci stava dicendo qualcosa?».
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