Mantova cultura 2017
Sfarzoso esotismo di Turandot
Torna in Arena il meraviglioso allestimento firmato da Franco Zeffirelli
17/08/2016
La gru si erge ancora dietro le gradinate alle spalle del palcoscenico, non frutto di contingenza, come avevamo sperato in una precedente occasione. Sarà la spending review, saranno i problemi che l’Arena sta attraversando, fatto sta che il gigantesco attrezzo usato per montare le scenografie non viene nascosto prima dello spettacolo, ma rimane a fare brutta mostra di sé, ad avvilire l’illusione scenica, a costituire barriera allo splendere suggestivo della volta stellata. Inaccettabile, nell’opera in cui si eleva un inno alla “faccia pallida” della luna.

Nell’anfiteatro veronese si rinnova la magia del maestoso allestimento di Turandot firmato da Franco Zeffirelli, che colloca la vicenda musicata da Puccini in quel “tempo delle favole” espressamente indicato dai librettisti Adami e Simoni: sfarzoso nell’esotismo, di prorompente impatto visivo ed emozionale. E non stupisce il ripetersi, nel corso degli anni, delle esclamazioni di stupore e di entusiasmo tra il pubblico, quando le paratie blu a dragoni si aprono e svelano lo scintillio d’oro del Palazzo dell’Imperatore cinese. Due mondi contrapposti, quello intimistico di Liù e Timur tra il brulicare dei popolani, e quello, con cui getta un ponte Calaf, di magniloquente regalità di Turandot e Altoum, dei ministri, delle ancelle, dei dignitari di Corte, tra fremere di ventagli e sfilare di insegne (costumi del Premio Oscar Emi Wada). Uno stile tanto prevedibile nei crismi quanto capace di destare sempreverde meraviglia. Il Maestro possiede un senso del teatro elevatissimo: la competenza tecnica, la sensibilità nel far vivere gli spazi, il rispetto viscerale per la musica e per i sentimenti che essa esprime. Sublime e intramontabile.

Il direttore Andrea Battistoni ha eseguito il finale di Alfano (che Zeffirelli vorrebbe sforbiciato) impugnando la bacchetta con il consueto gesto ampio, a scandire nell'aria i tempi nitidi, a porre in luce singole voci strumentali, a esaltare con vividezza le sfumature e gli impeti della partitura. Turandot di carismatica presenza scenica e appropriato distacco, era Tiziana Caruso che ha affrontato con voce corposa, dall’egregia tenuta, le note acute della temibile tessitura. Liù aveva il bel sembiante di Elena Rossi, d’emissione non ferma, soave nella linea di canto improntata all’espressività, intensa nel fraseggiare l’aspetto più intimo e sensibile della schiava, la sola capace di un vero sentimento d’amore. Ad ambire alla mano della “Principessa di gelo”, Calaf dall’apprezzabile veemenza caratteriale di Carlo Ventre. Parco in proiezione nei registri medio-bassi, da buon tenore ha dato il meglio di sé nello squillo potente, nella linea di canto omogenea, e ha portato a termine una prova di grande solidità, senza aver eseguito il canonico bis di “Nessun dorma”.

Carlo Cigni ha espresso la nobile tragicità di Timur attingendo alla notevole gamma coloristica. Bene, senza particolari entusiasmi, Ping Pong Pang, Federico Longhi, Francesco Pittari, Giorgio Trucco. Completavano il cast Cristiano Olivieri, incisivo Altoum e Paolo Battaglia, Mandarino. Possente, soprattutto nei ranghi femminili, il Coro diretto da Vito Lombardi; dalla capacità evocativa le Voci Bianche A.d’A.MUS. istruite da Marco Tonini. Aggraziata, la precisione del Corpo di Ballo coordinato da Gaetano Petrosino (su coreografie di Maria Grazia Garofoli), che ha visto tre danzatori donare movenze rituali ai Ministri. Affollato in ogni ordine l’anfiteatro nella replica del 12 agosto. Applausi generosi

Maria Luisa Abate

Foto Ennevi

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