Mantova cultura 2017
Sold out per “Rigoletto” d’indole cupa
Il Palazzo della Corte mantovana come un teatrino anatomico. La lettura musicale riscopre il dettato originale.
23/03/2016
Un teatrino anatomico, come quello settecentesco del Bibiena che esiste nella Mantova reale, ma dagli spalti lignei: la struttura, circondata da un’alta e grigia biblioteca accessibile da una balconata, ha costituito l’ambientazione fissa per Rigoletto, andato in scena al Filarmonico di Verona nella ripresa di un’edizione del 2011. A essere posti sotto l’esame scientifico di impaludati dottori, sono stati la gobba del buffone e un giovanottone di colore, mentre una fanciulla è stata fatta oggetto di mire sessuali. La prima scena del libretto di Francesco Maria Piave presenta tinte forti, che nella visione registica di Arnaud Bernard hanno assunto una densità tetra, malata. Gli eccessi e le depravazioni della Corte, che sono valsi la censura a Giuseppe Verdi (in seguito alla quale la vicenda venne trasferita dalla Francia a Mantova), hanno per il regista abbandonato ogni sottigliezza psicologica per divenire pulsioni semplicistiche, terrene, non scevre da volgarità, cagionanti nei soggetti una costante frenetica agitazione che reputiamo essere risultata impegnativa per la tenuta vocale.

Nel teatro scientifico, lo scenografo Alessandro Camera ha collocato una bella costruzione a emiciclo che ha ruotato scomponendosi nell’esterno e nell’interno della dimora di Gilda e di suo padre Rigoletto, per poi, sotto forma di modellino, essere mostrata al Duca dai congiurati nell’illustrare il rapimento della giovane. La maledizione scagliata da Monterone verso Rigoletto, reo di averlo deriso, ha seguito un metaforico moto circolare, conclusosi con il sacrificio della vita compiuto da Gilda per salvare il Duca violentatore, del quale si era innamorata. Nell’ultimo atto sulle rive del Mincio, le cui nebbie hanno invaso la platea già durante l’intervallo, il barcone coperto abituro del sicario Sparafucile e della sorella Maddalena ha preso il posto del tavolo anatomico ed è diventato teatro del delitto. L’idea iniziale è stata ben supportata durante il temporale, quando le grandi finestre si sono illuminate per i lampi ed è scesa una fitta pioggia di fogli, caduti dalla libreria.

Il direttore Fabrizio Maria Carminati ha compiuto un’operazione di riscoperta della partitura originale, dando risalto alla bellezza del dettato verdiano nella sua esaustiva espressività. Tolte le “puntature” non senza qualche eccesso di uniformità (ad esempio il perigordino), i colori hanno riverberato le cupe ombre del palcoscenico, la cui frenesia si è estesa ai tempi, generalmente sostenuti.

Leo An ha confermato d’essere un artista di razza dall’ottima pronuncia, fraseggio curato, chiaroscuri incisivi nel delineare Rigoletto, la cui indole la regia ha limitato entro ambiti astiosi e umorali. Saldo l’acuto in “Sì, vendetta” mentre il baritono compiva lo sforzo di sorreggere a braccia alte, con moto rabbioso, la scala servita ai rapitori. Eccellente la prova di Mihaela Marcu, dalla vocalità suadente e tornita, d’innata musicalità, con morbidi legati a testimoniare la padronanza tecnica che ha supportato la dimestichezza nell’intera gamma; fattori con i quali ha potuto rendere con sensibilità i sentimenti contrastanti che fanno pulsare il cuore di Gilda. Anche lei ha superato la difficoltà d’aver eseguito l’inizio del “Caro nome” in una posizione difficoltosa per l’espansione del diaframma. Lo spavaldo Duca aveva lo squillo limpido di Alessandro Scotto Di Luzio, dallo stile elegante benché presentante qualche angolo ancora da smussare, nell’ambito di un percorso artistico in continua ascesa.

Bene Sparafucile di Gianluca Breda, dal fraseggio aspro come il personaggio, e Clarissa Leonardi nelle vesti di Maddalena, che la regia ha voluto avvezza a sputare come un lama. Appropriati Antonello Ceron, Borsa, Tommaso Barea, Marullo, Alessio Verna, Monterone, Romano Dal Zovo, Conte di Ceprano. Notevole Alice Marini come Giovanna. Aggraziata la voce “petit” di Francesca Martini, Contessa di Ceprano e Paggio. Proteso verso un’interpretazione intesa come somma musicale e attoriale, il Coro diretto da Vito Lombardi. Nella terza replica, teatro esaurito e tripudio di consensi.

Foto Ennevi

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