Visto con i nostri occhi
Sotto attacco: la dura vita dei cristiani in India
Monsignor Niranjan Sual Singh, Vescovo di Sambalpur, racconta com’è cambiata la situazione, dalle violenze dell’agosto 2008 a oggi
29/09/2016
Roberto Dalla Bella

Il numero di cristiani perseguitati nel mondo ha fatto registrare negli ultimi anni un significativo aumento. In base all’analisi diffusa dall’Ong “Portes Ouvertes”, nel 2015 sono stati uccisi 7100 fedeli, con una crescita del 63% rispetto a dodici mesi prima. Sebbene in molte zone sia difficile avere dati precisi per l’ostracismo dei governi locali, si possono stimare in 100 milioni il numero di persone che hanno subito violenze in 60 differenti nazioni.
Lo Stato in cui la repressione appare più forte è la Corea del Nord, dove da anni è in atto una vera e propria pulizia etnica nei confronti dei cristiani. Anche in Nigeria, Eritrea e Libia gli attacchi stanno raggiungendo livelli allarmanti, mentre per quanto riguarda l’Asia un’altra zona molto delicata è l’India.
La grande potenza da oltre un miliardo di abitanti, dove i cristiani rappresentano una minoranza, è stata al centro di violenze religiose sistematiche già nell’agosto 2008. L’area più interessata fu in quel caso lo stato di Orissa, nel nord del Paese e in particolare il distretto di Kandhamal: i massacri colpirono 400 villaggi e portarono alla distruzione di 5.600 case e 296 chiese. Alla fine si contarono 100 vittime, migliaia di feriti e 56mila sfollati, la maggior parte dei quali scappati nelle foreste vicine.
Un altro distretto coinvolto nella repressione fu quello di Sambalpur, dove ha sede l’omonima diocesi guidata dal 2013 da monsignor Niranjan Sual Singh. Il presule indiano è stato di recente in Italia per la canonizzazione di madre Teresa di Calcutta e ha fatto tappa nel Mantovano, ospite della parrocchia di Castiglione delle Stiviere grazie all’amicizia che lo lega al parroco don Giuliano Spagna. È stata l’occasione giusta per incontrarlo e approfondire con le sue parole la situazione in quella zona dell’Asia.

In India il culto più diffuso è l’induismo e i cristiani rappresentano solo una minoranza della popolazione (2,7%). La condizione dei cristiani è peggiorata con gli attacchi dell’agosto 2008. Cosa ricorda di quei giorni?
È stato un periodo molto difficile: i massacri hanno coinvolto soprattutto la zona di Kandhamal, ma anche nella mia diocesi ci sono state aggressioni e una parrocchia fu completamente distrutta. L’emergenza è durata oltre sei mesi e il governo centrale a lungo è rimasto immobile. Solo dopo essere stato sollecitato da alcuni leader del G20, l’allora primo ministro fece un discorso in tv per condannare i fatti.

C’è una ragione di fondo dietro questo clima di persecuzione?
La causa degli attacchi risale al 23 agosto 2008, quando un gruppo maoista uccise il leader indù Laxamananda Saraswati. Nonostante i terroristi avessero rivendicato l’omicidio, i suoi seguaci incolparono i cristiani, da tempo criticati per il loro impegno sociale in favore di alcune minoranze della popolazione, tra cui i dalit. La morte di Laxamananda Saraswati è stata insomma una scusa per giustificare gli attacchi nei confronti dei cristiani.

Qual è la situazione attuale?
Di recente la Corte Suprema indiana ha stabilito un risarcimento da parte del governo per i familiari delle persone uccise nell’agosto 2008. La Chiesa cattolica indiana, inoltre, ricorda le vittime il 30 agosto di ogni anno con la “Giornata dei martiri” e vuole avviare una causa di beatificazione. Tuttavia, i contrasti non sono stati risolti: c’è la sensazione che le istituzioni proteggano gli induisti a discapito dei cristiani e per questo molte persone temono nuove repressioni.

A livello politico come sono viste le altre religioni?
In teoria esiste una legge che tutela la libertà religiosa, tuttavia dietro questa norma si cela una condanna per chi intende convertirsi al cristianesimo. Questa legge è stata promulgata da 19 stati indiani e quello di Orissa è stato uno dei primi a farlo. Il motivo principale è la presenza di un gruppo ultranazionalista indù che si chiama Rss (Rashtriya Sawayamsevak Sangh) e vuole convertire tutto il Paese. Il loro credo si può riassumere nello slogan: “Un Paese, una religione, una lingua”. La persecuzione è particolarmente forte nei confronti dell’Islam e del Cristianesimo che sono considerate religioni straniere e che perciò hanno contaminato la cultura locale. Altre minoranze, come ad esempio i sikh, sono più tollerate perché di tradizione indiana.

Lei è Vescovo di Sambalpur dal 2013: come intende portare avanti il suo mandato?
Da una parte voglio contribuire a un miglioramento sociale della popolazione, soprattutto attraverso l’istruzione. Poi, dal punto di vista religioso, voglio promuovere l’evangelizzazione e il catechismo. In generale, per il futuro è fondamentale il dialogo, perciò bisogna stabilire rapporti e creare occasioni di confronto tra persone di fede diversa. È vero che in India ci sono gruppi di indù fondamentalisti, ma la maggioranza sono persone moderate e non violente: è a loro che dobbiamo rivolgerci per costruire, tutti insieme, un futuro più sereno per la nostra gente.
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