Visto con i nostri occhi
Storie di chi ha battuto il virus
In provincia oltre 3.300 contagiati, i più sono guariti: alcune testimonianze. l Covid–19 rende deboli, allontana gli affetti. In ospedale la preghiera ha donato conforto, un vero aiuto è giunto da medici e operatori
09/06/2020
Le forze che vengono a mancare, la paura di non farcela. La lontananza dai propri cari che rende tutto più difficile. Ma anche la cura del personale sanitario: parole e gesti di vera umanità. E poi la voglia di guarire. Quella meta lontana, da raggiungere con impegno, si fa a poco a poco più concreta. È un cammino lento, che richiede pazienza e spinge a cercare dentro di sé nuove energie. Alla fine la realtà assume contorni diversi: aspetti prima ritenuti quasi scontati diventano più profondi.
Secondo i dati della Regione Lombardia, dall’inizio della pandemia sono stati 3.365 i mantovani colpiti da Covid–19: più di 2.100 di questi sono guariti. Una delle testimonianze più forti è quella di don Gabriele Rubes, sacerdote collaboratore dell’Unità pastorale “La Riviera del Po” che comprende nove parrocchie nella zona di Sermide. È stato ricoverato in ospedale dal 5 al 24 marzo: diciannove giorni, di cui nove in terapia intensiva. Uno dei momenti più brutti è stata la prima notte in ospedale: «Ritrovarmi lì da solo, dopo un pomeriggio in cui non avevo potuto comunicare a nessuno ciò che mi stava accadendo, mi ha fatto sentire come un fiore reciso – racconta –. Mi mancava la vicinanza dei miei confratelli, la relazione con le persone e gli amici». Nella solitudine di quelle notti insonni, don Rubes ha trovato nella preghiera un sostegno per guardare avanti con speranza. «Quella situazione mi ha fatto ringraziare il Signore – aggiunge –. Mi sono chiesto perché mi abbia tenuto in vita e ho capito che questa è davvero un dono. Ho capito che ero stato risparmiato dalla morte, perciò ho affrontato la malattia guardando al domani, pronto ad affrontare ogni giorno come un dono».
Altra esperienza toccante è quella di Enzo Gauli, di Castel Goffredo, ricoverato per nove giorni a metà marzo a Castiglione delle Stiviere. Era la fase più acuta della pandemia, tanto che per la gravità delle sue condizioni avrebbe dovuto stare in terapia intensiva, ma non c’era posto in reparto. «Sono rimasto un paio di giorni con l’ossigeno al massimo – spiega –: all’inizio i medici non si sbilanciavano su come sarebbe andata e a casa erano molto preoccupati. Poi, per fortuna, il mio fisico ha cominciato a migliorare».
L’impossibilità di incontrare i familiari aggiungeva sofferenza alla malattia. Tanto che la voce al telefono si interrompe per l’emozione: «Non riuscivo a parlare – continua Enzo –, comunicavamo solo tramite messaggi al cellulare. Attraverso mia moglie sentivo la vicinanza degli amici: so che la chiamavano spesso per sapere come stavo. Ai miei amici che mi contattavano direttamente, poi, chiedevo sostegno nella preghiera». Nonostante la grande paura, nella malattia riesce a trovare anche una nota positiva: «La cosa più bella che mi rimane è la famiglia – dice –. Il legame si è rinsaldato, si è creata forza, solidarietà, voglia di stare insieme. È una cosa che spero rimanga in tutti: lasciamo perdere la frenesia e recuperiamo i rapporti umani».
Lucia Pasotti, di Sant’Antonio di Porto Mantovano, ha contratto il virus sul luogo di lavoro, in ospedale, ed è stata ricoverata due settimane: «Ho avuto paura – afferma –: erano i giorni in cui scoppiava la pandemia e c’era un clima allarmante. Tuttavia, medici e operatori sanitari lavoravano in maniera straordinaria. Non li definisco eroi, ma professionisti che hanno affrontato tutto con energia. Continuavano ad arrivare ambulanze con i malati, eppure avevano sempre per noi un gesto o una parola gentile». La pandemia spinge a riflettere su tante cose, tra cui la vulnerabilità dell’uomo. «Il fatto si sia diffusa nel mondo dimostra che non siamo soli – conclude Lucia –: la vita di ciascuno è legata a quella degli altri, perciò bisogna impegnarsi nelle situazioni di povertà e ingiustizia».
L’esperienza aiuta a vedere anche se stessi con uno sguardo diverso, come dimostra la vicenda di Francesco Freddi, giovane del Seminario di Mantova colpito dal Covid–19 a metà aprile. «In questi casi emergono tanti aspetti del carattere – sottolinea –. Mi ha aiutato tanto la fede, il dialogo con il Signore. Ho preso in considerazione alcune cose a cui prima non davo l’attenzione che meritavano e ho imparato ad ascoltarmi di più. Anche nelle difficoltà ci può essere qualcosa di bello. Spero che quanto successo insegni a tutti a essere collaborativi: se vogliamo migliorare la realtà, dobbiamo favorire l’unità e la comunione».
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