Visto con i nostri occhi
Storie vere di donne che non si arrendono
In un libro le testimonianze raccolte dai volontari del Centro antiviolenza. Le vittime sono persone di ogni età, anche con figli, in fuga da soprusi e maltrattamenti
04/12/2017
Lo scorso 25 novembre è stata celebrata in tutto il mondo la Giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne, un evento che rimette al centro dell’attenzione un problema urgente della società attuale. Violenze e maltrattamenti sono episodi all’ordine del giorno per tante, troppe donne, costrette a tacere e subire per anni, con la paura che diventa una costante di vita.
In occasione di questa giornata sono state organizzate numerose iniziative, in tutta la provincia. Tra le più significative, va segnalata la presentazione del libro Quello che le donne raccontano, che si è tenuta il 27 novembre allo Spazio Lubiam, in viale Fiume a Mantova. Il testo, pubblicato da “Il rio”, raccoglie le testimonianze di alcune persone che si sono rivolte al Centro aiuto alla vita, una realtà attiva da oltre trent’anni a sostegno di donne e minori, riconosciuta da Regione Lombardia come Centro antiviolenza.
Le pagine del libro descrivono realtà crude, talvolta in contesti di profondo degrado ed emarginazione. Violenze che lasciano cicatrici sul corpo e ferite nell’anima. Sullo sfondo, vite fragili, spesso abbandonate a se stesse e senza prospettive. È proprio in questo scenario che entra in gioco e si insidia, subdola, la paura. Costringe al silenzio, spinge a non ribellarsi. Qua e là, tuttavia, si fa largo la speranza in un futuro lontano da quell’orrore che avvolge l’esistenza. Così qualcuna trova la forza di combattere e di reagire.
«È stata mia figlia, otto anni, a trascinarmi fuori di casa», racconta Bianca. «Lui continuava a urlare, questa volta mia aveva fatto male davvero, così siamo corse nella notte, fino a quando siamo arrivate a un casolare. Alle prime luci abbiamo ripreso a correre, la paura che ci trovasse era tanta. Il Cav ci ha accolto, mi sono sentita subito sollevata, liberata. Nel giro di pochi giorni ho trovato un lavoro e mia figlia si è inserita senza problemi nella nuova scuola: qualcosa stava cambiando davvero».
I drammi che queste donne vivono fanno ancora più male perché avvengono tra le mura della propria casa, in un ambiente che dovrebbe garantire tranquillità e invece diventa il teatro di un incubo senza fine. «Mi sono ritrovata incinta senza neanche sapere come», dice Tracy. «Nella mia comunità i matrimoni vengono combinati dalle famiglie e chi sgarra paga. Cosa posso fare: fuggire? Mi troverebbero di sicuro. Mi è venuta una gran febbre, i miei mi ricoverano all’ospedale ma non sanno ancora che aspetto un bambino. Le assistenti sociali mi consigliano di chiamare il Cav e le operatrici vengono immediatamente in reparto. Decidiamo di chiamare i miei genitori. Una scena incredibile: mio padre sviene, mia madre piange come se fosse morto qualcuno. Non sono arrabbiati con me, ma terrorizzati all’idea che qualcuno della nostra comunità venga a sapere di questa situazione. Insieme decidiamo che io sparirò dalla circolazione, fino al termine della gravidanza, trasferita in un’altra città. Decido di non abortire, ma darà la bambina in adozione. E così avviene: forse rimpiangerò questa scelta per tutta la vita, ma almeno la mia bambina potrà avere un futuro migliore del mio».
Scappare, fuggire: azioni che ritornano spesso, come nella storia di Claudia: «Ho dovuto lasciare il lavoro e la mia città a causa di un mio collega con cui avevo allacciato un rapporto sentimentale», spiega. «Questo legame è diventato soffocante: ero controllata, pedinata, una situazione insostenibile. L’unica mano tesa mi è stata offerta dal Cav, a cui mi sono rivolta non senza fatica. Mi sentivo colpevole e umiliata da questa situazione, spogliata della mia dignità di persona. Ora comincio a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel. Ho ritrovato la mia libertà personale e la spinta per riprendere le fila della mia vita, perseguire i miei obiettivi e le mie aspirazioni».
Tra le testimonianze emergono anche tracce di un passato lontano, da cui è sempre difficile staccarsi e ripartire. «Le strade della mia città hanno segnato la mia vita», confida Adele. «L’odore dei sotterranei, i visi sconvolti dei ragazzi, la magrezza malata di ragazze un tempo belle, i segni delle violenze, i tagli sulle braccia. Ne sono venuta fuori, sono riuscita a farmi una famiglia e ad essere una madre tanto diversa dalla mia, che ancora oggi mi rifiuta. Ma il passato non si cancella e spesso torna a farmi soffrire».
Bianca, Tracy, Claudia e Adele sono nomi di fantasia, usati per tutelare la privacy di queste donne. Le sofferenze di cui parlano nel libro Quello che le donne raccontano sono, però, terribilmente reali e finiscono per lasciare in frantumi le loro vite. Così entrano in gioco operatrici e volontarie del Centro antiviolenza dell’associazione Centro aiuto alla vita.
«Ci vengono consegnati pezzi di vita sfilacciati», affermano le operatrici nell’introduzione del libro Quello che le donne raccontano. «Ricomporli richiede attenzione rispettosa, attesa paziente e riconoscimento della persona. Ferita e disgregata da colpi quasi sempre inattesi e scagliati da chi prometteva invece protezione e sostegno, la persona riesce solo a consegnarci un puzzle disordinato e quasi illeggibile. I pezzi saranno anche confusamente ammucchiati in un angolo, resi irreparabili dal dolore, ma vogliono esserci e riescono a emergere quando trovano luoghi e mani che li ricompongono. A noi resta la responsabilità di accogliere queste vite: le consideriamo un dono prezioso come lo è il mistero di ogni vita».
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova