Mantova cultura 2017
Testastorta - Il rosa è un rosso chiaro
Due proposte teatrali per la Giornata della Memoria e per una memoria diversa
28/01/2017
La coppia Valeria Perdonò e Alessandro Lussiana torna a Mantova dopo il successo riscosso due anni or sono. Sabato 28 gennaio ore 21 e domenica 29 gennaio ore 17, nell’ambito della rassegna Altroteatro e in occasione della Giornata della Memoria, va in scena allo Spazio Studio Sant’Orsola “Testastorta. La storia inventata”, tratto dal romanzo "Testa Storta" della israeliana Nava Semel. Drammaturgia Tobia Rossi, regia Manuel Renga, produzione Compagnia Chronos3. Spettacolo inserito in C.L.A.P.Spettacolodalvivo - Circuito Multidisciplinare Ministeriale per Regione Lombardia.

Al termine dello spettacolo di domenica 29 gennaio segue “Pensieri per una diversa memoria. Voci da uno sterminio dimenticato”, incontro tra musica e teatro per un momento di riflessione in ricordo di tutte le vittime omosessuali. Agli inizi del Novecento, in Germania, nonostante esistesse una legge che puniva l’omosessualità (il Paragrafo 175, approvato nel 1871) erano nati gruppi di incontro, associazioni culturali e politiche che promuovevano il riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale tutto finì. Rievochiamo attraverso il teatro quelle vite segnate da un triangolo rosa: “Il rosa è un rosso chiaro” performance teatrale con Raffaele Latagliata, Alessandro Lussiana, Valeria Perdonò, Alessandro Pezzali, Federica Restani, Marina Visentini. Al pianoforte: Gabriele Merli.

Piemonte, 1943. Una famiglia come tante con i suoi sogni, le sue paure, il pericolo di un'epoca "molto cattiva e con poco cervello" come dice il piccolo Tommaso. Una drammaturgia fluida, che mescola l’io narrante alle situazioni del testo e consente di viaggiare liberamente nel tempo e nello spazio, assumendo di volta in volta il punto di vista dei diversi personaggi. Cuore della vicenda è la soffitta della cascina: luogo della memoria per antonomasia, che contiene gli oggetti del passato, i ricordi, le proiezioni della fantasia, i sogni e le paure. Due attori per sette personaggi, che raccontano, creano, evocano una storia che potrebbe essere la storia di tutti noi.

Una guerra che ha abitato le nostre terre, permane nelle nostre coscienze e che oggi continua ad essere così drammaticamente presente, anche se facciamo finta che non ci sia. Cosa avremmo fatto nel 1943 quando intorno a noi la gente spariva? Da che parte saremmo stati? Quanto avremmo rischiato? Cosa faremmo ancora per proteggere qualcuno? Non abbiamo le risposte, ma se una storia ci permette anche solo un interrogativo ha senso di essere raccontata, e il teatro, in ogni sua forma, è un'esperienza che ha senso di essere vissuta. «Quali mosse faranno i nostri personaggi per salvare le loro anime dalla guerra? Quanto ci si può spingere per farlo?»

L’autrice, nata a Tel Aviv da genitori sopravvissuti alla Shoah, è tra le più talentuose e importanti figure della letteratura israeliana contemporanea, autrice de “Il Cappello di Vetro”, “Come si avvia un amore”, “E il topo rise”. In tutti, la Shoah e il tema della memoria sono sempre presenti, profondamente vicini alla vita della scrittrice, che spiega: «Anche in Israele la memoria della Shoah ha faticato ad affermarsi, per la volontà dei sopravvissuti di voltare pagina e di andare avanti. Solo a poco a poco mia madre ha cominciato a raccontarmi cosa aveva vissuto. Per esempio, che quando era su un treno per andare da Auschwitz in un campo di lavoro in Germania, a una stazione avesse cominciato a chiedere da bere, agitando la mano dalle grate. Improvvisamente, una mano le aveva dato un bicchiere d’acqua. Questo non solo le aveva salvato la vita, ma le aveva anche restituito un briciolo di fiducia nel mondo e nelle persone, e la forza che forse valesse la pena vivere. Ed è proprio delle persone che “porgono il bicchiere d’acqua” che ho voluto parlare in questo libro».

"Testastorta" parla di persone buone che in Piemonte, a Borgo San Dalmazzo, nascondono un ebreo a rischio della loro vita, ma anche del lato buio di questo orribile periodo, di fascisti e nazisti indottrinati e ciechi davanti alla sofferenza di esseri umani. Tutto ruota intorno al protagonista, Tommaso, un bambino che è convinto che nella soffitta ci sia una principessa, che altro non è che un ebreo che le due donne che hanno adottato il bimbo stanno nascondendo. Sono loro a chiamare bugiardo e “testastorta” il piccolo Tommaso, umiliandolo e offendendolo, ma con il solo obiettivo di zittirlo e fare in modo che la Gestapo non si insospettisca e vada a controllare se effettivamente ci sia nascosto qualcuno. Tutto parla italiano in questa storia: l’ambientazione geografica, le persone, le vicende di un’Italia sconvolta dalla guerra. Ma Nava Semel non ha nessun origine italiana, nessun legame personale con il nostro Paese. Allora, da dove la scelta di scrivere un romanza storico sulla Shoah italiana?

«Non so se sono le storie che aspettano me o se sono io che trovo le storie - ha spiegato l’autrice - di sicuro, nel caso di questo libro è stata la storia che ha trovato me. Otto anni fa ero stata invitata a Fossoli per un convegno su primo Levi e, in seguito, in Piemonte: era la prima volta in assoluto che visitavo questa Regione. Un giorno passeggiavo per Borgo San Dalmazzo, affascinata dai tetti spioventi che in Israele non esistono: a un certo punto, ho visto un tetto con sotto una soffitta. È lì che ho avuto la rivelazione: mi è sembrato di vedere qualcuno al suo interno, ho sentito che lì era accaduto qualcosa. ‘In questa casa avevano salvato degli ebrei durante la guerra’, mi confermò la mia guida italiana. Così nacque "Testastorta": una storia sul tema del prezzo che si paga per e proprie azioni. Ma anche una storia d’amore fra una delle protagoniste, Maddalena, e Salomone Levi, l’ebreo nascosto».

La stesura del romanzo richiede a Nava Semel per ben sei anni: un impegno intenso, che la assorbe talmente da portarla poi a fermarsi. Uscito due anni fa in Israele (solo oggi è disponibile in italiano), il testo è stato subito accolto con entusiasmo e interesse dalla critica israeliana. «Mi piace l’idea di potere contribuire ad approfondire la conoscenza sulla Shoah italiana - ha commentato - di cui in Israele non si sa molto, e su cui non penso esista una letteratura di narrativa». (da un’intervista di Ilaria Myr per mosaico-cem.it sito ufficiale della Comunità Ebraica di Milano).

Note di Valeria Perdonò

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