Visto con i nostri occhi
Tra le «ferite» di Scampia c'è dignità
I giovani di Sermide in visita a uno dei quartieri più difficili di Napoli, dove dilagano criminalità e degrado. Eppure anche qui si affronta la vita con coraggio e speranza
11/06/2018
In certi momenti scrivere è più difficile che in altri. Ci sono situazioni per le quali è fatica trovare le parole, mettere in ordine i pensieri, scegliere cosa raccontare e cosa tacere. E’ questa la situazione in cui chi scrive si trova. Perché di Scampia, o del quartiere Sanità di Napoli, hanno già parlato in tanti. Il rischio della retorica è forte. «Cosa siete venuti a vedere? Qua non c’è niente da vedere! Non è terra per turisti!», queste le parole con cui una signora ci accoglie, mentre con i nostri trolley scendiamo le scale della stazione di Scampia. E’ un primo segnale spedito alla nostra coscienza.
Che cosa siamo venuti a vedere? Da un anno ci siamo messi a studiare e capire il complesso fenomeno della camorra e della mafia. Lo abbiamo fatto in oratorio. Non eravamo in tanti. Il torneo di calcio ottiene ben altri numeri di partecipazione. Però siamo andati avanti. Ad un certo punto nasce l’idea di andare ad incontrare qualcuno che la camorra e la mentalità mafiosa cercano di affrontarla con coraggio. Così prendiamo contatti con don Francesco che è prete a Scampia. Avvertiamo che le persone con le quali vive stanno dando forma al suo parlarci del vangelo. Non ci sono parole difficili. Arrivano dritte al cuore. Fare il prete a Scampia ti insegna le parole di chi nasce da una parte “ferita” del bel paese. Essere preti a Scampia significa apprendere le parole di coloro che ogni giorno vengono umiliati da un sistema dal quale sembra non esserci via di uscita. Essere preti a Scampia significa ascoltare. Ascoltare quella rabbia e quel senso profondo di ingiustizia con i quali devi fare i conti sin dal seno di tua madre. E’ anche la rabbia di fronte ad uno Stato a cui interessi soltanto prima delle elezioni o ad una Chiesa che tante volte avverti come ancora troppo ricca.
«Vivere a Scampia, così come nel rione Sanità – così ci dice padre Alex Zanotelli che incontriamo per due ore nella sua casa – significa crescere senza valori, “allattati” dalle tv commerciali sempre accese dalla mattina alla sera. Gli unici ideali delle nuove generazioni che vivono qui - continua padre Alex – sono il denaro e il successo. Qui i ragazzi sanno di non avere una vita lunga. Conta soltanto di avere soldi in tasca e godersi la vita. E per avere questi soldi non importa se sei costretto a vendere droga, rubare od uccidere qualcuno. La vita vale per le cose che possiedi».
Ci sono le baby gang, bambini che ti aggrediscono anche soltanto per pochi euro. C’è una rabbia profonda e una violenza figlia di un degrado sociale inaccettabili. Mentre qualcuno “in alto” ci parlava della buona scuola, qui le scuole non ci sono. L’abbandono scolastico è altissimo e nessuno si preoccupa di questi bambini la cui unica forza di riscatto potrebbe risiedere proprio nella formazione. Padre Zanotelli ci dice che per certi versi è più difficile vivere nel rione Sanità che nelle baraccopoli di Nairobi. «Almeno a Nairobi c’era maggiore solidarietà tra la gente. Qui invece l’individualismo è forte e i legami sociali sono pressoché inesistenti».
Mi ritorna la domanda della signora incontrata nella metro. Che cosa siete venuti a vedere? Prima di partire credevo di saperlo. Poi tutto è cambiato. Poche ore prima di tornare alla stazione, un amico conosciuto sul posto ci accompagna a casa sua. Lo chiamo Alberto (il nome è di fantasia). Abita in una delle famose “vele” di Scampia. Mentre camminiamo, ci rendiamo conto che la vita di Alberto ci apre un mondo che nemmeno potevamo immaginare. Una moglie e tanti figli. Ci racconta che è lì perché ha occupato, come tutti, una casa per dare un tetto alla sua famiglia. Vive di piccoli lavoretti. Ci spiega con orgoglio di non aver mai rinunciato ad una vita onesta e di aver fatto crescere bene i suoi figli. E’ difficile in questi ambienti. Entriamo nelle vele e nessuno di noi ha voglia di parlare. C’è silenzio. Degrado. Tanto degrado. Il cemento armato e il ferro arrugginito ti penetrano dentro. Sotto i nostri occhi macerie, spazzature, siringhe… Alberto ci fa entrare in casa. Ci accolgono la moglie e il figlio più piccolo. La casa è pulitissima e ordinata. C’è grandissima dignità. Alberto ci racconta che lui stesso cerca di tenere pulite le scale dai segni del degrado umano che sembrano soffocare tutto. Ci mostra con orgoglio che nella sua casa c’è l’acqua, il bagno e anche la voliera con gli uccellini. Fuori dalla porta c’è l’inferno. Dentro c’è una famiglia.
Cosa siamo venuti a vedere? Siamo venuti a vedere un uomo che è rimasto tale. Siamo venuti a vedere dove può arrivare l’uomo, quando i fratelli si voltano dall’altra parte.
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