Mantova cultura 2017
Trame d’acqua: dal Tanaro al Mincio
Le opere pittoriche di Gianni Del Bue alla Casa del Mantegna fino alla fine di novembre
12/10/2016
La Provincia, con la mostra dedicata a Gianni Del Bue che si inaugura alla Casa del Mantegna sabato 15 ottobre alle ore 17 e rimane allestita fino al 27 novembre, approfondisce e mette a fuoco un percorso estetico che, come sottolinea Beniamino Morselli, Presidente della Provincia, «si caratterizza per immagini di matrice figurativa rilette attraverso una dimensione onirica e fantastica. L’ispirazione si traduce in dipinti dai quali emerge un’attenzione felice verso una realtà quasi metafisica e sospesa, al di là dello sguardo costante dell’autore verso il quotidiano. Oli su tela raffinatissimi riaffermano dunque l’identità di questo pittore di grande valore che da sempre elabora, nei suoi paesaggi fantastici, affascinanti rimandi al patrimonio della storia dell’arte, grazie anche a una tecnica che esalta la vivacità di cromie brillanti coniugate con eleganti campiture di colore tenue e trasparente».

La mostra intitolata “Trame d’acqua: dal Tanaro al Mincio” ripercorre il lavoro più recente di Gianni Del Bue, grazie alla curatela Gianfranco Ferlisi, autore dei testi in catalogo. Quello che emerge dalla rassegna è il percorso ambizioso di un raffinatissimo disegnatore e di un abile pittore in grado di rivisitare le varie forme dell’arte elaborate nel corso della storia, dalle origini alle avanguardie.

L’autore rivolge anche una particolare attenzione all’illustrazione, al mondo dei racconti, alla pubblicità di inizio novecento per fare emergere, attraverso l’osservazione del dato figurale, la poesia del suo immaginario, il suo saper viaggiare in una dimensione fabulistica, il suo saper narrare i suoi luoghi del cuore. Affiora così un mondo ricco e variegato, sempre però dominato dall’incanto del paesaggio.

“Dal Tanaro al Mincio” racconta dunque della bellezza delle Langhe e del fascino di Mantova, di due territori in cui l’abitudine a sognare pare congenita agli scenari che Del Bue riesce a materializzare. Perché il suo sguardo da perenne fanciullo, nella costruzione delle opere, presuppone una originale ma assai profonda sapienza conoscitiva di storia, miti e leggende legati ai luoghi che rilegge e rivisita. Lo testimoniano gli innumerevoli elaborati preparatori, i taccuini di appunti in cui l’autore sembra annodare il flusso dei suoi ”capricci”, un vero diario di bordo.

Ne scaturisce, alla fine, un viaggio che parla di mondi in cui l’identità delle piazze, dei monumenti, delle torri, delle cattedrali e delle pievi, dei fiumi, dei laghi, delle colline è vissuta e gestita con un’apertura spiazzante all’imprevedibilità della vita e del caso. Cosa fanno le oche smarrite nella galleria d’arte à la page? E di cosa discute quel crocchio di intellettuali sulla cima della torre degli Zuccaro? E perché mai quel caco miracoloso fruttifica in pieno inverno quando una coltre di neve imbianca ogni cosa? E a cosa si deve quella vertigine visiva che triangola col paesaggio turrito mantovano per catapultarci sul greto del Tanaro, sulle colline di Naviante, sulla soglia delle Alpi? E quale fantasie stralunate hanno creato quelle visioni a volo d’uccello in cui l’autore mescola le piazze di de Chirico con i notturni inquietanti di Delvaux?

Il pittore snoda con esuberante creatività il filo di una matassa che non può essere trattenuta dell’ambito della categoria del fantastico-parasurreale. Crea enigmi naturalistici abitati da strani gatti neri, mostra scorci di palazzi rinascimentali che si ibridano con le colline delle Langhe, indirizza stormi di lucciole ad illuminare notturni di nero pece, scrive dialoghi di segni con fior di loto irriverenti, ci parla di trasognati mondi naturali e vegetali, di imagerie populaire condita con un retrogusto critico e irriverente sulla realtà delle cose. Il pittore si diverte tra realtà, rappresentazione e significato, quello che porta a cercare banalmente l’identità esplicita dell’immagine raffigurata. Ma il significante di Del Bue spiazza costantemente il riguardante. Tra metamorfosi e trasmutazioni, il suo messaggio si palesa con chiarezza quasi con uno sberleffo a quell’arte a cui da sempre l'uomo affida il bisogno ancestrale di raffigurare la sacralità di ciò che lo circonda (dal paesaggio al sentimento della natura e alla sua poeticità).

Oltre l’immagine dei suoi dipinti si manifesta l’abisso inverificabile del significato e del meccanismo interpretativo, nell’ambiguità perenne e irrisolvibile del loro dissidio. Tra senso comune e nonsense, tra vena ludica e ossessività provocatoria, tra derive oniriche e visionarie, tra dilemmi filosofico poetici e ironia da naufrago, l’opera pittorica di Del Bue conduce a sperimentare la meraviglia del creato che lo circonda e che lo ispira. L’acrobazia visiva, l’umorismo beffardo applicato al linguaggio dell’arte, la piccola provocazione calcolata verso la “merce culturale”, verso città popolate di sogni e di tristezze, sono solo una delle molteplici facce con cui il pittore costruisce la propria poetica, l’immagine sfuggente di sé stesso.

La rassegna, nelle varie sezioni, riassume in parti distinte ma anche complementari, un meraviglioso dialogo con un immaginario di grande e toccante suggestione, tramite una settantina di dipinti bellissimi. Il progetto espositivo si snoda quindi come un percorso ampio e coinvolgente, che raccoglie non solo alcune opere provenienti da collezioni private ma anche molte opere eseguite appositamente per l'occasione e persino alcuni dipinti della collezione dell' artista stesso, esposti come fatto assolutamente straordinario per questa rassegna.



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