Visto con i nostri occhi
Una città in cerca di pace: Sarajevo svela la sua anima
Ancora oggi esistono divisioni tra gli abitanti. Le storie di Janko e Amir, ex prigionieri di guerra, offrono però speranza
10/09/2018
Destinazione Sarajevo. Questa è stata la meta del campo estivo dei giovani tra i 17 e i 18 anni, con i loro animatori, di Sant'Antonio di Porto Mantovano. Sono partiti all'alba del 5 agosto con tre pulmini carichi, non solo di valigie e generi di conforto, ma anche di aspettative, curiosità e voglia di mettersi in gioco. Sono partiti con lo spirito di chi può intuire che non andrà a conoscere e a visitare una città come le altre. Per chi visita Sarajevo con lo sguardo del turista osserverà la varietà degli edifici, la commistione tra richiami turchi e austriaci. Certo, sono ben visibili i segni della guerra sulle case e sui palazzi, in mezzo alla strada con le cosiddette "rose di Sarajevo" (a ricordo delle granate che hanno ucciso più di dieci persone), ma tutto sommato si respira un clima di pacifica convivenza tra le varie etnie. «Convivenza forzata vorrai dire», affermerebbe con il suo accento toscano Domenico. Già, forse è meglio spiegare quello che i giovani sono riusciti a carpire della vera anima di Sarajevo. Vera anima che non sarebbero riusciti a catturare senza l'aiuto di Domenico, Valeria e Diana, ragazzi che tramite Caritas e Youth for peace hanno deciso di dedicare parte della loro vita ad aiutare la popolazione bosniaca, senza distinzione tra etnie. Il gruppo di Sant’Antonio è stato quindi accompagnato alla scoperta di una città e di un Paese molto contraddittorio, o almeno molto distante da ciò che gli è stato insegnato dal buon senso e dal senso civico pressoché comune. Un Paese che tra il 1992 e il 1995 ha visto combattersi bosniaci e musulmani, serbi e ortodossi, croati e cattolici. Una guerra fratricida senza esclusione di colpi, che ha visto morire migliaia di persone di tutti gli schieramenti. Guerra la cui fine è stata imposta dall’accordo di Dayton nel 1995, il quale più che sancire una pace definitiva ha portato a una pace negativa, una pace fredda. I giovani sono stati quindi testimoni della contraddittorietà del Paese, prima nel centro storico di Sarajevo, dove nell'arco di 400-500 metri si trovano i luoghi di culto di quattro professioni di fede: la moschea, la cattedrale cattolica, la cattedrale ortodossa e la sinagoga, edifici a motivo dei quali la capitale viene anche definita la “Gerusalemme d'Europa”. In un clima in cui i capi religiosi cercano un dialogo per trovare una linea comune d'azione e di collaborazione, le scuole ancora faticano a creare incontri tra i ragazzi provenienti dalle varie etnie e molto presenti sono i toni e la retorica della guerra. I giovani del luogo, da quello che si è capito, se potessero ricomincerebbero la guerra da dove si è conclusa. Altra contraddizione è stata toccata con mano nella cittadina di Mostar: il ponte (distrutto e ricostruito dopo la guerra), che dovrebbe unire due estremità, favorire quindi l'incontro, in realtà acquista il ruolo di confine tra la sponda croata e quella bosniaca, un ponte che non viene ancora oggi attraversato da alcuni abitanti della zona. Un forte segnale di speranza è stato però dato da chi forse non lo si sarebbe aspettato. Il gruppo di Sant’Antonio ha sentito la testimonianza di due ex prigionieri dei campi di concentramento, Janko e Amir, il primo serbo e il secondo bosniaco. Due uomini che, nonostante le angherie che hanno subìto, stanno cercando di vivere in pace con ciò che hanno vissuto e con ciò che li circonda. Incontrando i ragazzi delle scuole si sono resi conto di quanto sia facile cadere nell'odio verso l'altro e di quanto ci sia bisogno per capire quanto male è stato fatto. La speranza è che la loro testimonianza stia piantando un seme di fiducia nel futuro. Con la consapevolezza che qualsiasi tipo di estremismo e l'odio verso chi può essere diverso da noi non porti a nulla di buono, pensiamo che questa esperienza possa essere uno spunto per riflettere anche sulla storia italiana di oggi. I ragazzi sono tornati a casa con alcune consapevolezze ma anche con alcune domande in cerca di risposta. D’altronde è proprio il bello delle esperienze dei campi estivi: che ci si renda conto di essere sempre in cammino sulla via che ci ha indicato Gesù.
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