Visto con i nostri occhi
Una donna guida la Caritas
Silvia Canuti, 48 anni, è la nuova direttrice al posto di Giordano Cavallari. «Partirò dall'ascolto e dalla formazione»: questi i suoi primi obiettivi
02/07/2018
«Mi metto al servizio della Chiesa nella convinzione che uno degli aspetti più importanti sono le relazioni tra le persone. Dio ci ha dato due orecchie perché possiamo ascoltare il doppio e una bocca per parlare la metà». Sono alcune frasi che abbiamo colto il 27 giugno, dopo che il vescovo Marco Busca ha annunciato la nomina della nuova direttrice della Caritas diocesana: Silvia Canuti, 48 anni, originaria di Casalmoro ma residente a Castelnuovo di Asola, sposata con quattro figli, educatrice professionale. È Silvia ad aver pronunciato quelle frasi, davanti ai numerosi operatori della Caritas, riuniti presso la comunità “Mamrè” a Mottella di San Giorgio per accogliere la nuova responsabile.
Frasi importanti, che indicano una traiettoria da seguire. Così come è importante il momento del 27 giugno: segna il “passaggio delle consegne” da Giordano Cavallari – direttore della Caritas diocesana dal 2009, che ha concluso il suo mandato con i ringraziamenti del vescovo e gli applausi degli operatori – a Silvia Canuti. Sarà Giordano ad accompagnare Silvia nei primi mesi del suo nuovo impegno.
Il vescovo Busca ha ricordato gli aspetti principali emersi durante la sua recente visita pastorale alla Caritas; sette punti, i quali si possono così riassumere: visione di fondo sulla Caritas e i suoi servizi, direzione da condividere in équipe, maggiore sinergia con le parrocchie, le associazioni e il centro pastorale diocesano, cura delle relazioni interpersonali all’interno dell’organismo, qualificazione cristiana degli operatori, rapporti con il territorio e le istituzioni, rilancio della “funzione pedagogica” della Caritas, cioè impegno a far crescere nelle persone e nelle comunità la dimensione cristiana della solidarietà. Il vescovo, collegandosi a papa Francesco, ha sottolineato l’“opzione preferenziale per i poveri”. «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri. Essi vanno messi al centro della Chiesa – ha detto –: nei poveri si manifesta la presenza di Cristo e ci evangelizzano». E, citando l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di Francesco, il vescovo ha aggiunto che «l’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (n. 200).
A Silvia Canuti, la precedenza da dare ai poveri e gli “ultimi” è stata testimoniata da don Maurizio Maraglio, il missionario mantovano ucciso in Brasile nel 1986. «L’ho conosciuto quand’era parroco a Castelnuovo di Asola – confida alla “Cittadella” –, prima della sua partenza per la missione. In sua memoria, negli anni Novanta ho voluto andare a vivere un’esperienza in Brasile, per quattro mesi».
Silvia si è laureata educatrice all’università di Padova e ha svolto attività nei settori della cooperazione sociale, tossicodipendenza, disagio giovanile e carcere. Conosce il mondo delle parrocchie per essere stata nel gruppo dei catechisti a Casalmoro (catechista lei stessa) e aver contribuito alla loro formazione. «Riprenderò i sette punti indicati dal vescovo – sottolinea –, mettendomi innanzitutto in un atteggiamento di ascolto con gli operatori, con i quali sarà importante portare avanti un lavoro di squadra. Oltre all’ascolto, ritengo che un altro aspetto da privilegiare sia la formazione: solo così si potrà giungere poi a decidere come intervenire concretamente nei confronti delle necessità presenti sul territorio mantovano».
Silvia riflette anche sull’importanza di trovare collegamenti con l’anno pastorale che si snoda nella vita delle parrocchie, sui rapporti con le istituzioni per lavorare “in rete”, sulla necessità di entrare nel mondo della scuola per sensibilizzare le nuove generazioni. «Certo, dovremo saper coinvolgere anche i ragazzi, perché bisogna partire da lì per cambiare le idee in ordine alla solidarietà – conclude –. È da cristiani che dobbiamo saper vivere l’accoglienza nei confronti degli altri. E ognuno deve portare il proprio pezzetto di puzzle per costruire la Chiesa».
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