Visto con i nostri occhi
Un'autentica devozione mariana deve essere in sintonia con la vita della Chiesa
La Madre del Signore continua a svolgere nella storia della Chiesa quel ruolo che il Nuovo Testamento e in particolare il Vangelo di Giovanni le conferisce
22/02/2017

Egidio Faglioni

Inizio la mia riflessione con una citazione presa da Paolo VI nella celebre esortazione del 1974 “Marialis cultus”: “Modello di tutta la Chiesa nell’esercizio del culto divino, Maria è anche maestra di vita spirituale per i singoli cristiani. Ben presto i fedeli cominciarono a guardare a Maria per fare, come lei, della propria vita un culto a Dio e del loro culto un impegno di vita”. La prospettiva corretta è quella che ci permette di “magnificare il Signore” con l’obbedienza della vita, facendo nostra la lode di Maria. Non si può considerare la madre di Dio separatamente dal Figlio, il Salvatore Gesù, poiché le varie forme di devozione verso la Madre di Dio… fanno sì, che mentre è onorata la madre, il Figlio… sia conosciuto, amato, glorificato” (Lumen Gentium).
Tale principio “cristologico” ci fa da guida nel segnalare qualche attenzione. Anzitutto la cura a non sovrapporre percorsi diversi, creando disorientamenti. Ciò avverrebbe quando “le devozioni” non favorissero alcuna sintonia con l’anno liturgico. Il Concilio ha voluto ancorare la devozione mariana al grande itinerario dell’Anno liturgico: “Nella celebrazione di questo ciclo annuale dei misteri di Cristo, la Santa Chiesa venera con particolare amore Maria” (Sacrosantum Concilium). È bene non sciogliere tale connessione ricordando che i pii esercizi del popolo cristiano “tenendo conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, da essa traggano in qualche modo ispirazione…. e ad essa conducano”.
Non è superfluo riportare le osservazioni di Paolo VI sulla pratica diffusa e consigliata del santo rosario: “la meditazione dei misteri del rosario, rendendo famigliari alla mente e al cuore dei fedeli i misteri di Cristo, può costituire una ottima preparazione alla celebrazione di essi nell’azione liturgica e divenire poi eco prolungato”. Come si cura la celebrazione del culto liturgico, così si dovrebbe sempre garantire una giusta dignità alla recita del rosario che per sua natura esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso. Il rosario, “preghiera del cuore dell’occidente” potrebbe essere riscoperto personalmente, in famiglia, in quartiere, in parrocchia, in oratorio. Non abbiamo paura a pregarlo e a proporlo anche alle giovani generazioni: perché privarle di un tesoro così prezioso e “collaudato”?
Giovanni Paolo II nella magna charta di rinnovamento del rosario la lettera apostolica Rosarium Virginis Marie, ci ricorda che questa preghiera è “vera introduzione alla profondità del Cuore di Cristo, abisso di gioia e di luce, di dolore e di gloria”.
Maria, che custodisce parole ed eventi del figlio “meditandoli nel suo cuore” (Lc 2, 19) ci aiuti a entrare con fede nelle ricchezze del cuore di Cristo “fonti di vita e santità”.
Per quanto riguarda le “apparizioni” di Maria (Fatima, Lourdes…) preciso che si tratta di rivelazioni private riconosciute anche dalla Chiesa. Si tratta di questo: aiutarci a comprendere i segni del tempo e a trovare per essi la giusta risposta nella fede. Occorre anzitutto precisare la grande distinzione fra Rivelazione pubblica e rivelazioni private. Il termine “Rivelazione pubblica” designa l’azione rivelativa di Dio destinata a tutta quanta l’umanità, che ha trovato la sua espressione letteraria nella Bibbia.
Una volta determinato il luogo teologico delle rivelazioni private, dobbiamo cercare di chiarire un poco il loro carattere antropologico. L’antropologia teologica distingue in questo ambito tre forme di percezione o “visione”: la visione con i sensi, la percezione interiore e la visione spirituale. È “chiaro” che nelle visioni di Lourdes, Fatima, ecc. non si tratta della normale percezione esterna dei sensi (cfr. Joseph Ratzinger La presentazione del Documento “Il Messaggio di Fatima” a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede – 26 giugno 2000). Così pure è evidente che non si tratta di una “visione” intellettuale senza immagini, come essa si trova negli alti gradi della mistica. Quindi si tratta della categoria di mezzo, la percezione interiore, che certamente ha per il veggente una forza di presenza, che per lui equivale alla manifestazione esterna sensibile. Vedere interiormente non significa che si tratta di fantasia. Piuttosto significa che l’anima viene sfiorata dal tocco di qualcosa di reale anche se sovrasensibile e viene resa capace di vedere il non sensibile, il non visibile ai sensi – una visione con “i sensi interni” (cfr. Ratzinger lc). La visione interiore non è dunque fantasia, ma non di meno comporta delle limitazioni. Non ogni elemento visivo deve al riguardo avere un concreto senso storico. Che cosa è il centro di una immagine, si svela ultimamente a partire da ciò che è il centro della “profezia” cristiana in assoluto: il centro è là dove la visione diviene appello e guida verso la volontà di Dio.
Quello che vorrei rilevare è che – spesso nel caso delle apparizioni - la Madre del Signore continua a svolgere nella storia della Chiesa quel ruolo che il Nuovo Testamento e in particolare il Vangelo di Giovanni le conferisce.
“Donna ecco tuo figlio”, “Ecco tua madre”. Così si esprime Gesù morente sulla croce.
Nessuna meraviglia: il richiamo alla madre ha per tutte le persone umane una forte incidenza, e nel culto mariano entrano anche ragioni di carattere psicologico. Tracce di questo culto si trovano già nel Nuovo Testamento: basterebbe pensare alle parole con le quali l’angelo Gabriele si rivolge alla ragazza di Nazareth: “Rallegrati, oggetto del favore divino”, o alle parole con le quali la cugina Elisabetta la saluta: “Beata colei che ha creduto al compimento delle promesse del Signore”. Da queste tracce si riscontra che il senso del culto è anzitutto rendere lode a Dio per le grandi cose che ha fatto in Maria e, tramite lei all’umanità. Ma questo è solo il primo passo. Il secondo è l’imitazione. Il vangelo presenta Maria come esemplare della fede: la sua disponibilità a mettersi a servizio di Dio si propone come indicazione per tutti. Il terzo passo è l’intercessione. Già nella sua vicenda terrena la Madre di Gesù ha chiesto a Gesù di manifestare la sua gloria, cioè di venire in soccorso di un’umanità priva della gioia (nozze di Cana). Ebbene quel che Maria è stata e ha compiuto nella sua vita non si cancella più: resta come connotazione perenne, sicché ella anche nella sua condizione “celeste” continua a intercedere per noi. In ultima analisi la venerazione di Maria ha lo scopo di condurci a Gesù del quale ella è (solo) la Madre.
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