Visto con i nostri occhi
Yanomami, un popolo nel cuore dell'Amazzonia
Intervista a padre Corrado Dalmonego, nativo di Sant’Antonio di Porto Mantovano, da undici anni presso la missione Catrimani, in Brasile. Il Sinodo speciale indetto da papa Francesco
24/07/2018
«Primitivi, non civilizzati, selvaggi». Per anni sono stati questi gli aggettivi utilizzati per descrivere i popoli indigeni in generale. Ancora oggi, cercando su Wikipedia gli yanomami, popolazione che abita l’Amazzonia tra il Venezuela e il Brasile, ci si imbatte in descrizioni che parlano di estrema violenza. Niente di più falso! Certo, come in ogni società, episodi possono accadere, ma gli yanomami sono estremamente ospitali e gioiosi. Ne abbiamo parlato con il missionario e antropologo padre Corrado Dalmonego, nativo di Sant’Antonio di Porto Mantovano. Conclusi gli studi all’Itis e dopo un’esperienza all’Enel di Ostiglia, padre Corrado avvia nel 1999 la sua formazione presso i Missionari della Consolata; emette la professione religiosa nel 2004 e riceve l’ordinazione presbiterale nel 2010, nella sua parrocchia a Sant’Antonio. Fa parte, da 11 anni, della comunità impegnata nella missione Catrimani, presso il popolo yanomami nello Stato di Roraima in Brasile.
Il Papa ha indetto per l’ottobre 2019 un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la Pan–Amazzonia, per riflettere sul tema “Nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”.
Questo significa che gli occhi della Chiesa saranno rivolti all’Amazzonia! Nel preambolo del documento preparatorio, si scrive che questi nuovi cammini dell’evangelizzazione devono essere ricercati “per” e “con” i popoli indigeni. Sono noti a tutti i gravi problemi che minacciano il territorio amazzonico e i suoi abitanti, riconducibili all’intervento umano aggressivo, alla cultura dello scarto e a una mentalità dello sfruttamento, già citata dal Papa nella Laudato si’. L’Amazzonia è un po’ il simbolo di questa crisi dell’umanità, ma mostra anche la sua ricchezza – recita il documento –, «specchio dell’umanità che in difesa della vita esige cambiamenti strutturali e personali».
Si parla quindi di cammini ecclesiali nuovi per il futuro della Chiesa...
La Chiesa deve dare una risposta alle sfide che l’Amazzonia vive. Affinché l’annuncio del Vangelo sia rilevante e le comunità cristiane possano coltivare la loro fede, la Chiesa vuole trovare le forme più adatte per portare avanti la missione che le è affidata. Il documento preparatorio afferma che è necessario «ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità» e stabilire una «convivenza più prossima», al fine di conoscere le aspirazioni alla vita di questi popoli e scoprire insieme come contribuire come Chiesa ai loro progetti di vita, che rappresentano – agli occhi della società occidentale – l’espressione di un “altro mondo possibile”.
Non è ciò che nella vostra missione vivete quotidianamente?
Queste intenzioni della Chiesa ci trovano in sintonia con il tipo di presenza missionaria che si è creata a Catrimani, in più di cinquant’anni, accanto al popolo yanomami. Le proposte di riflessione contenute nel documento preparatorio sono indice di come sia maturato il tempo per un nuovo paradigma missionario nel quale i testimoni del Vangelo si incontrano con popoli, culture e religioni in modo rispettoso e non più traducendo un modello in qualche modo visto come colonizzatore. Questo nuovo modello di missione non può essere assolutamente inteso come una rinuncia al mandato evangelico, poiché una missione di testimonianza e annuncio (che può essere riassunta nei termini di “dialogo profetico”) è piena e autentica evangelizzazione.
Come si svolge il lavoro in missione?
Parte dalla nostra presenza alla missione (insieme a me ci sono tre suore missionarie della Consolata), ma si sviluppa in un ambito più esteso, affiancando le associazioni indigene e altri organismi governativi e Ong che lavorano sul territorio. È una missione particolare, caratterizzata dal rispetto dei costumi, difesa della vita, dialogo interculturale e interreligioso: tutti aspetti che vediamo sviluppati nel documento preparatorio del Sinodo. Indicano la necessità di una “cultura dell’incontro”, una “spiritualità interculturale” per prendersi cura della “casa comune”.
Il territorio in cui operate è vastissimo...
La regione del Catrimani è abitata da un migliaio di persone divise in una ventina di comunità. Ma solo in Brasile, la terra in cui vivono i 26mila yanomami divisi in circa 300 villaggi, è vasta 9 milioni di ettari! Inoltre parlano lingue tra loro comprensibili ma diverse.
Su che cosa si concentra il progetto?
Si sviluppa in sei aree di azione: salute e autonomia alimentare, educazione che valorizzi lingue e conoscenze tradizionali, difesa del territorio, attenzione alla donna, comunicazione e informazione, dialogo interculturale e interreligioso. Qui si concretizzano tutte le attività, come corsi di formazione per maestri od operatori sanitari indigeni, presa di coscienza dei diritti indigeni e della difesa del territorio, ricerche documentarie compiute da giovani indigeni, assemblee per la discussione di politiche sociali, oltre alla condivisione del quotidiano fatto di lavori, feste rituali, spostamenti di decine di ore all’interno delle foreste.
Oggi si parla molto dello sfruttamento incontrollato della foresta.
Tutte le nostre attività cercano di dare risposte alle problematiche che si vivono sul territorio. Tra le più conosciute c’è ovviamente l’aggressione alla foresta per l’estrazione di alberi, di minerali e l’apertura di campi per allevamento intensivo, la presenza numerosa e illegale di cercatori d’oro, i grandi progetti che vogliono costruire centrali idroelettriche e strade per il trasporto dei prodotti. Tutto questo con impatti devastanti per natura e abitanti. Ma c’è anche la sfida dell’incontro tra un popolo considerato di “recente contatto” con la società non indigena e il mondo globalizzato.
È più un incontro o uno scontro?
Il 60% della popolazione yanomami ha meno di 15 anni e quindi stiamo vivendo una rivoluzione demografica nella quale le giovani generazioni rischiano di perdere radici e riferimenti tradizionali che permettono loro di affrontare l’incontro con la società circostante senza venire travolti dai cambiamenti...
E come ci si riesce?
Con le nostre poche forze, unendoci ad altre istituzioni che condividono gli stessi propositi, realizziamo insieme ai giovani attività che oltre a fornire competenze nuove (uso di apparecchi tecnologici, approfondimento della lingua portoghese, organizzazione nel modello associativo, metodi di ricerca) mettano in risalto la ricchezza delle conoscenze tradizionali e l’importanza della loro salvaguardia di generazione in generazione. Non è raro trovare ragazzi che, tornati da una spedizione di caccia con arco e frecce, aprono il computer, proseguono la trascrizione di un’intervista a un anziano della comunità registrato digitalmente per poi tradurlo e pubblicare un libro che circolerà nelle scuole dei villaggi.
Allora non sono “selvaggi primitivi”!
Sono termini che non si dovrebbero più usare! Dobbiamo stare all’erta per evitare possibili atteggiamenti di neocolonialismo e vivere da testimoni del Vangelo e da fratelli che condividono con gli altri difficoltà e sogni.
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova